1° marzo: la giornata senza immigrati


Segnalazione di Tindara Ignazzitto, del blog STRAN(ier)OMAVERO:

Popolo è un termine che va molto di moda di questi tempi. Cedendo alla tentazione di giocare con le parole, verrebbe da dire che “spopola”.
In un’Italia che stenta a ricordarsi chi è, esiste un popolo che da un lato ha saputo e sa preservare la parte migliore della sua cultura e del suo più illustre passato; dall’altro è stato ed è in grado di andare al passo coi tempi, intercettando ciò che di nuovo è emerso ed emerge al suo interno, inglobandolo in sé e valorizzandolo, perché lo considera patrimonio indispensabile per la sua sopravvivenza.

Questo popolo è meticcio per natura, come d’altra parte lo è gran parte dell’umanità. A ben pensarci, forse tutta, visto che Adamo ed Eva sono già morti da un pezzo. Che uno di loro fosse nero o giallo? storpio o nano? Che di Adamo ed Eva ne siano esistiti altri, in altre parti del globo? Questo, non ci è dato più di saperlo.
Il popolo di cui qui si parla è un popolo di pura razza meticcia.
Ha pelli di tutti i colori: nere, gialle, rosse, olivastre, pallide. Ama i colori. Tutti. E non ha una lingua, le ha tutte. In particolare una: quella della comunicazione.
È un popolo meticcio per cultura, vivere in mezzo alle differenze non gli fa paura, perché ha imparato che la diversità è solo l’altra faccia dell’unicità insita in ogni essere umano.
Questo popolo non ha confini di nessun tipo, è apolide e fa della capacità di sconfinarsi continuamente la sua bandiera, al di là di qualsiasi confine geografico, linguistico, religioso e di qualsiasi altra categoria culturale.
È volatile e non disdegna di viaggiare, tanto da riuscire a vincere l’istinto di attaccamento al territorio, stabilendosi in altri territori del pianeta più accoglienti e generosi di opportunità. È un popolo in movimento che fa della Terra la sua casa, perché ha capito che “casa” è lì dove scegli di stare, qualsiasi ne sia la ragione.
Non ha un nome, questo popolo, e ne ha tanti; non è iscritto all’anagrafe e attraversa tutte le anagrafi del mondo. Non compare in nessun atlante etnografico. Forse è sempre esistito, dovunque e in ogni tempo ci siano state guerre, espropriazione di terre e violazione dei diritti umani, ipocrisie e soprusi, negazione dell’uno sull’altro… ma anche solidarietà e senso di responsabilità, intelligenza ed emozioni, ottimismo e tenacia di credere nell’ineluttabile forza della vita.
In Italia e ovunque ci siano italiani nel mondo, potremmo chiamarci stranitaliani o itastranieri, straitaliani o istraliani, se proprio bisogna nominarci in qualche modo. Noi ci chiamiamo per nome: Filomena, Osvaldo, Hubrecht, Jacques, Mohammed, Yoko, János, Belete e così via.  Al massimo ci chiediamo “Da dove vieni? Dove vivi?” Per il resto, sappiamo bene dove vogliamo andare: ovunque ci sia possibilità e voglia di stare insieme, di condividere il tempo e lo spazio della vita, senza distinzioni di razza, lingue, cibo, pelle, diritti.
I diritti umani – di tutti gli umani – non hanno confini né nazionalità.
L’Italia lo dimentica troppo facilmente. O fa finta di non saperlo.
Siamo stanchi di doverglielo ricordare di continuo e di dover lottare per qualcosa che già ci appartiene. Per natura.
Per questo io e molti altri – a Milano, Genova, Bergamo, Vicenza, Brescia, Bologna, Prato, Ancona, Perugia, Roma, Napoli, Palermo – abbiamo scelto di confluire nel movimento Primo Marzo 2010, per dare e darci voce: italiani e stranieri insieme.
Per sostenere questo nostro popolo di pura razza meticcia nel suo desiderio di manifestarsi.

Tindara Ignazzitto

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Post Scriptum

Personalmente non posso sottrarmi al mio senso di coerenza e responsabilità.
Insegnando italiano come lingua seconda in Italia da più di dieci anni, lavoro grazie alla presenza di stranieri sul nostro territorio e dovunque nel mondo ci sia qualcuno che ha voglia o bisogno di conoscere la nostra lingua e la nostra cultura. Sarei un’ipocrita e un’irresponsabile, se mi sottraessi all’impegno di sostenere la battaglia sacrosanta per il diritto di chiunque scelga di stabilirsi e di vivere decorosamente nel nostro Paese senza la paura di dover fuggire o essere perseguitato.
Penso che tutti gli italiani e le italiane – e siamo in tanti – che lavorano grazie a chi viene definito “straniero”, dovrebbero impegnarsi in questa importante battaglia di crescita civile.

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