Make Your Next Move Award… getting there!

regalo 320

E così è passato un anno.
E’ passato un anno da quel famoso post sugli esami finali che segnava il mio ritorno sul blog dopo un periodo di assenza. Nella mia vita, come nella vostra, è successo di tutto e di più sia sul profilo personale che professionale, che è quello che poi mi porta di nuovo qui. Quest’anno i sopravvissuti sono gli studenti del 320, il sesto semestre di lingua italiana, corso avanzato (o giù di lì) che frequenta sia chi continua a studiare italiano, sia chi studia Relazioni Internazionali e di semestri di lingua deve totalizzarne sei. Sette studenti su otto non proseguiranno gli studi di italiano, alcuni si laureeranno a dicembre, quindi, con il mio corso, hanno messo un punto finale ad un’esperienza iniziata tre anni prima.
Ma cos’è successo di straordinario quest’anno?
E’ successo che mi è stato fatto un regalo completato, o meglio arricchito, da un bigliettino in cui ognuno degli studenti ha scritto un suo pensiero ringraziandomi per il semestre.

L’ho già scritto l’anno passato: gli studenti americani sono bravissimi a scrivere Thank You card, è nel loro DNA, e siccome ci sanno fare, io mi sono commossa. Commossa? No, no… ho proprio pianto, non ho saputo contenere le lacrime. Li ho abbracciati uno ad uno con tutto l’affetto e la stima che può provare una professoressa dal cuore tenero come me, che andava a lezione sorridendo, che si divertiva divertendoli, che li vedeva partecipare a qualsiasi proposta di lavoro, un gioiello di classe.
Artefice di tutto è M, che una settimana dopo il mio pianto continuava a dirmi che non è scontato, anzi è proprio insolito fare un regalo ad un professore, ma loro mi volevano ringraziare. M ha avuto un semestre molto difficile, perché sua madre si è ammalata improvvisamente. Quando entravo in classe lei era la prima a sorridere, l’ultima ad uscire e a dirmi “Buona giornata” -e non “Buon giorno”! M ha apprezzato tantissimo che le abbia rimandato l’esame quando è dovuta improvvisamente tornare a casa o quando è dovuta partire prima per le vacanze del Ringraziamento, per lo stesso motivo.

A marzo sono stata nominata da B -una ex studentessa, per il “Make Your Next Move Award”, established to honor faculty and staff that have gone above and beyond expectations in their roles on campus and have devoted extra time and energy to helping students move forward with their career goals and plans.
B è una di quelle studentesse che hanno studiato italiano per tre semestri consecutivi con me (i sopravvissuti dell’anno scorso). Mi sono state inoltrate le motivazioni scritte da B per la mia candidatura e fanno venire i brividi. Avevo pensato di tradurle in italiano, ma non ha molto senso. Ne posto solo una parte, quella su cui vorrei riflettere: (…) she’s one of the most patient professors I’ve ever worked with. On an individual level, C. made me realize that I could always challenge myself to do better, and to never settle at a mediocre level. And through an extremely tough, personal time in my life she was there to offer me comforting words. She’s what I envisioned as the ideal professor: She pushed her students for their best, always offered her assistance, and had the ability to become not just a teacher but a friend.

Ieri sera M mi scrive ringraziandomi ancora una volta, con parole bellissime, simili a quelle usate da B. Mi sono un filino commossa e l’idea di scriverci su un post si faceva sempre più chiara, mentre sgomitava per trovare spazio tra i vari impegni e pensieri che popolano la mia mente agli sgoccioli del semestre.

M e B sono due ragazze, ma per fortuna c’è MO, un ragazzo che mi ha scritto, anche lui, belle parole. Il giorno del mio exploit stile fontana scrivo a MO, che deve passare nel mio ufficio, e lui aggiunge questo alla sua risposta: “In any case I was so moved about your reaction to our gift this morning. After six semesters of italian, including the one in florence, I feel i have learned the most and felt the most comfortable in yours 🙂 Thanks for a great semester and see you next week”.

La riflessione con cui concludo questo post atipico non riguarda la mia fragilità emotiva comunque da monitorare (e su cui vi prego di sorvolare) ma gli attestati di riconoscenza da parte dei miei studenti.
Prima però provo a descrivervi i miei sgarrafoni (cit.). Gli studenti americani lasciano la propria famiglia per andare a studiare a 18 anni, alcuni hanno proprio dei visini timidi e gli si legge in faccia che sono “freshman”. Diventano indipendenti presto: a 16 anni già hanno la patente e hanno svolto lavoretti non certo stabili, ma comunque remunerativi e continueranno a lavorare mentre studiano direi nel 60% dei casi e quasi tutti lo faranno durante le vacanze del Ringraziamento, di Natale o d’estate. Sono già piuttosto autonomi, seppure economicamente, soprattutto per gli alti costi universitari, siano supportati dai genitori. Molti si indebitano per frequentare l’università, con dei prestiti che salderanno non si sa quando e non si sa come. Passano il primo anno nei dormitori del campus universitario obbligatoriamente e dal secondo anno, che passeranno invece in una casa, potranno parcheggiare all’università la propria macchina: la vera indipendenza inizia il secondo anno. Come tutti i fuori sede non torneranno spesso a casa, ma solo durante le vacanze e come tutti gli studenti che vivono da soli ne combineranno di tutti i colori.

Eppure, per come è impostata l’università e per come sono strutturati i corsi e le prove d’esame, molti di loro sono solamente numeri agli occhi dei professori di questa università nella Valle Shenandoah. Di conseguenza quando si iscrivono ad un corso di lingua, non hanno la minima idea di cosa li aspetti e non sono pronti per questa esperienza rivoluzionaria, che, però, sapranno apprezzare.

Le dinamiche di una classe di lingua con l’insegnante che fa lentamente un passo indietro, cercando di farne fare uno avanti a loro non è comune. Le lezioni che frequentano sono essenzialmente frontali, l’opposto delle nostre. E così un’insegnante che ti chiede come stai, che ti sorride appena ti vede, che ti fa una battuta, che non si smonta o ti mortifica perché non hai capito o semplicemente dimostri che eri distratto, è un insegnante che ai loro occhi non ha fatto il proprio dovere, ma è andato oltre.

Imparare a negoziare per arrivare a una risposta definitiva, collaborare per completare un compito, utilizzare i compagni come risorsa senza sentirsi umiliati, riuscire a parlare davanti a tutti in italiano e sentirsi apprezzati, provare a rispondere senza paura di sbagliare e venire giudicati, sentirsi liberi di poter fare una domanda, sentirsi chiamare con il proprio nome (pronunciato my way) sembrerà banale, ma per uno studente americano fa la differenza e questo forse è avvenuto solo nelle lezioni di italiano.

Notare che ho una memoria di ferro e ricordo nel dettaglio quello che mi hanno detto settimane prima, quella parola gentile per una faccia stanca e la solita mia preoccupazione che si materializza nella solita domanda “Ma hai fatto colazione, sì?”, quel “da da da dannnnn” che crea suspence nell’annunciare la data di un esame, quell’ho ho ho hooooo se arriva una risposta giusta tanto sospirata, la mia mimica facciale, le mie battute e persino le mie domande personali, seguite apposta dal “Hey guys, do you mind if I ask you that?” sono quei miei comportamenti che hanno apprezzato e a cui hanno fatto riferimento ripensando a un semestre insieme.

Come potete immaginare non ho vinto il Make Your Next Move Award, perché questo tipo di premi non si danno a dei professori di lingua, non sia mai si faccia sapere in giro che studiare una lingua possa farti sentire anche ascoltato, capito, considerato come persona non solo come studente. Perché è questo che manca in questo sistema iperorganizzato, dove il premio è stato assegnato al professorone, quello che ha ricevuto più di una nomination e che quindi se l’è meritato più di me.

Ma non importa, non è questo il punto.

Mi rammarica il fatto che in questa società piagata dal merito tutto quello che leggete qui non basta, contano le evaluation, in cui non conta nulla di quello che vi ho raccontato, ma sono valutata per la conoscenza della materia insegnata, per il materiale extra che ho prodotto e distribuito agli studenti. Certo, anche se ho avuto dell’entusiamo a lezione e questo, è innegabile, gioca a mio favore.

Dedicato a tutti quelli che … si meritano il Make Your Next Move Award e l’hanno vinto chissà già quante volte!

 

5 pensieri su “Make Your Next Move Award… getting there!

  1. bellissimo, grazie per aver condiviso le tue emozioni e per le tue considerazioni sul rapporto con gli studenti e sul sistema in cui ti trovi a lavorare. Mi fa davvero piacere che i tuoi studenti abbiano saputo dimostrarti la loro stima e il loro affetto. Well done Lady!

  2. Bel racconto Ambra, begli spunti di riflessione. Bel modo di conoscere le dinamiche sociali, culturali e pedagogiche degli USA, che sono a me sconosciute.
    Bello vedere che facciamo lezione in modo simile, che trattiamo gli esseri umani che abbiamo in classe non solo come numeri ma anche come persone.
    Grazie!

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