L’input nella classe monolingue

 

Da quattro mesi insegno ai cinesi. Le classi sono monolingue, vivono in case di soli studenti cinesi, escono (poco) solo fra di loro, cucinano cibi cinesi che comprano in negozi specializzati. Un quadro del genere non favorisce certo l’acquisizione linguistica. Come insegnanti su alcune cose non possiamo intervenire, su una però decisamente sì.

Ho notato che questo tipo di studenti ha una spiccata tendenza a suggerire: quando parlo con uno di loro, faccio una domanda, capita che costui/costei mi guardi fisso, senza dire nulla, oppure a domande come: “Che hai fatto nel fine settimana?” risponda: “Sì”. A quel punto interviene immediatamente il compagno che, con la lodevole intenzione che porta all’inferno il suo collega, traduce la domanda e a quel punto lo studente risponde. È un atteggiamento che l’insegnante secondo me non dovrebbe tollerare, nel modo più assoluto. La motivazione alla comprensione finisce nel secchio della spazzatura in questo modo e si promuove una dinamica sperequante per cui i più bravini miglioreranno sempre di più e i meno bravini finiranno in un lago di disistima personale e di perdita di motivazione, rispondendo “sì” a tutte le domande che gli vengono poste.

Autore articolo: Ciro

6 pensieri su “L’input nella classe monolingue

  1. Sono d’accordo, d’accordissimo, sul fatto che l’insegnante debba essere super rigido nell’impedire che un compagno traduca cosa ha detto l’insegnante, se il suo amico non ha capito la domanda del professore. Insegno in classe monolingue, con spagnoli, e faccio la stessa cosa :)

  2. Anch’io sono d’accordo-d’accordissimo con Ciro! Ho insegnato in una classe di accoglienza monolingue e devo dire che tra le tante difficoltà c’è stata anche quella del “vietare la traduzione”. Ho notato però che ci sono molti testi con la versione cinese (Progetto Italiano, la grammatica di Susanna Nocchi), in un momento di sconforto ho usato alcune schede della grammatica, ma sinceramente non so se siano di aiuto o se, in un certo senso, “proteggano” ancora di più questo tipo di studenti. Voi che ne pensate?

  3. Se il gruppo è nuovo e appena costituito: nessuna pietà per costoro! A volte si tratta di amici/parenti/colleghi con una forte dipendenza di uno dall’altro. Credo non stia a noi intervenire nei rapporti privati, ma offrire sempre una chance, sì. Ed è confortante vedere il più debole riconquistare piano piano l’abitudine all’autonomia, almeno durante gli incontri di italiano. Quali tecniche usate voi, contro i suggeritori compulsivi? Non valgono nastro adesivo e spago da salame.

    Giulia, riguardo le schede di grammatica in LM: non ne so molto, ma forse hai ragione ad avere dei dubbi, specie se non padroneggi la LM e non puoi verificare i contenuti e il modo in cui sono presentati.

  4. si è un problema frequente nelle classi monolingue, soprattutto in quelle di cinesi. che fare? Una volta ho provato in maniera giocosa a dare dei “punti” in negativo a chi suggeriva…. risultato quasi nullo, anche perché la mia classe era “troppo” numerosa (circa 30) e io stessa perdevo tempo ed energie per segnare i punti…

  5. Per ora io mi limito a fare il muso brutto, adotto la strategia da scuola superiore: discorso preliminare dai toni molto seri e severi; il mio sorriso, la mia giocosita’ e la mia confidenza sono premi che concedo (raramente per ora) gli ultimi dieci minuti di lezione solo dopo che hanno lavorato bene ; occhiatacce appena qualcuno traduce in cinese con aggiunta di frasi proto-terroristiche come: “Tu non fai bene al tuo compagno, tu gli fai molto male, tu non lo aiuti, gli fai solo male.”. Credo, almeno con i cinesi, che sottostante a questo atteggiamento stia una forte tendenza alla competitivita’ esasperata, per cui rispetto all’obiettivo dell’auto-promozione faccia molto aggio quello piu’ semplice della promozione, da raggiungere con ogni mezzo. L’insegnante, mi pare, sia in non pochi casi un tipo da rispettare formalisticamente ma in fondo da fregare, in quanto alieno. Mi sta pure bene, accetto questo modo di vedere, sul quale non posso intervenire e lo sfrutto a mio vantaggio: se mi vuoi fregare, io devo fare in modo di non farmi fregare: il quadro del gioco lo stabiliscono loro, ma io ne detto le regole. Come sempre in questi casi, e’ essenziale il supporto dell’istituzione: a parte le sanzioni che non hanno spazio di esistere per studenti paganti, bisognerebbe che ci sia un mediatore culturale che in casi estremi, rari ma non impossibili, di sfida di leadership all’interno della classe, prenda da parte lo sfidante e in un ufficio separato gli faccia insieme all’insegnante un bel discorsetto, gentile ma fermo.

    Per quanto riguarda le schede di grammatica in lingua, sono del tutto favorevole, a patto che si adotti per il caso in cui si decide di dare delle schede di grammaticha in LM un approccio del tutto deduttivo, perche’ facendo una lezione di grammatica con approccio induttivo in L bersaglio e poi alla fine concedere la tabellina di grammatica in LM si corre un forte rischio di far passare l’approccio induttivo come un’inutile perdita di tempo.

    Anche con l’approccio induttivo, tuttavia, fino a livelli B1 io tendo se possibile a far confrontare in piccoli gruppi su aspetti eminentemente grammaticali in lingua madre. Non mi pare abbia molto senso mettermi a parlare con un mio compagno di corso italiano in un corso A2 di ungerese della grammatica ungerese in ungherese. Mi suona del tutto fuori luogo, troppe cose ostacolano: a) la competenza linguistica generale; b) la competenza linguistica specifica della microlingua linguistica e la conseguente sapienza da linguista, che io e il mio amico, a meno che non siamo insegnanti di lingua probabilmente non abbiamo.

    Comunque questo aspetto dell’interazione fra lingua madre e lingua bersaglio in una classe di lingua con obiettivi curriculari comprendenti la competenza grammaticale mi sembra un ambito molto stimolante di studio, sicuramente da approfondire. Qualcuno conosce bibliografie in merito?

  6. ‎Ciccio, nei tuoi post (e copio il mio commento dalla discussione su FB) trovo molto di quanto ho vissuto in Cina e in Russia, dove i corsi erano pubblicizzati come comunicativi e il fatto di avere un insegnante madrelingua implicava costi più alti per gli studenti; alcuni però si lamentavano del fatto che l’insegnante non parlasse L1 e facesse poca grammatica (anche se la faceva eccome, ma in un altro modo). In Russia l’amministrazione preparava abbastanza bene gli studenti a quanto sarebbe successo in classe e non imputava (troppo) agli insegnanti la perdita di clienti/studenti, in qualche modo fisiologica. Le scuole e/o istituzioni sono comunque business e perdere studenti significa perdere soldi. La gestione della classe però era (e lo è dappertutto) nella mani dell’insegnante. Difficile quantificare quanto tempo ci voglia perchè gli studenti si abituino a interagire solo in italiano e secondo me dipende moltissimo dal gruppo (come del resto quasi tutto il resto); cominciare un gruppo da zero aiuta molto, si possono impostare dei meccanismi su cui fare affidamento. Io avevo abituato i miei a “riconoscere” le attività in cui a malincuore tolleravo l’utilizzo di L1 (sempre meno man mano che si andava avanti), a incoraggiarli a essere dizionari viventi gli uni per gli altri (non “criminalizzando” la traduzione ma in qualche modo gestendola, no per le istruzioni, sì per il lessico, no per pratiche controllate, sì per pratiche libere) e il mantra di ogni attività è sempre stato “in italiano”, e dopo poche lezioni loro stessi chiosavano le istruzioni con un bel coro. L’uso della traduzione in classe secondo me non si può eliminare, ma solo scoraggiare, soprattutto nelle classi monolingue è naturale, e lo è ancora di più all’estero.
    Nella mia esperienza di oltre un anno in Cina come insegnante di italiano …..320 ore sono a malapena un A2 (ovviamente molto diverso da un A2 di una classe plurilingue)…le strategie minime sono difficili da implementare soprattutto per motivi culturali; i cinesi sono scoraggiati alla nascita dal fare domande e ancora di più dal dichiarare di non aver capito (sarebbe come ammettere che l’insegnante non è capace di fare il suo lavoro), se osservi le interazioni fra cinesi ti renderai conto che sono dei monologhi, senza nessun tipo di empatia; per le varietà di accenti e varianti del cinese spesso mentre parlano “scrivono” i caratteri sulle mani, proprio per evitare all’ascoltatore l’imbarazzo di chiedere spiegazioni, cosa che peraltro non succede mai. Li invitavo spesso a osservare le interazioni fra prof stranieri e commentarle proprio per evidenziare queste differenze o li portavo con me mentre andavo a fare la spesa (in cinese) perchè si rendessero conto delle mie strategie per capire e farmi capire (sono arrivata in Cina con 0 cinese).
    Mi permetto anche di commentare su quanto detto a proposito di competitività, leader della classe e insegnante alieno da fregare e sfidare, riferendomi a quanto ho sperimentato a Xian. I cinesi sono competitivi, è verissimo, forse perchè per millenni sono stati costretti a uniformarsi; se, come nel resto del mondo, primeggiare significa fare meglio di altri, non è tanto questo che li spinge, se non la “necessità” di non deludere la famiglia, che affronta sacrifici impensabili per il figlio unico, lo sottopone a pressioni indicibili e delega ai suoi successi lo sdoganamento dal passato. Pochi genitori cinesi hanno una vita “piena”, tutto è fatto in funzione del proprio figlio, che non può permettersi di fallire. Retaggio del passato e credo molto difficile da scardinare, l’eventuale fallimento metterebbe in cattiva luce anche il leader; i cinesi sono stati abituati a vivere e lavorare in gruppo, lo scopo delle squadre non è mai stato fare più di quanto richiesto, dare spazio a chi avesse maggiori abilità o aiutare chi avesse difficoltà, ma raggiungere un obiettivo comune, senza far sfigurare nessuno. Il leader di una classe non vuole “fregare” l’insegnante, ma non farlo sfigurare, aiutando la sua squadra con tutti i mezzi a sua disposizione affinchè tutti superino l’esame, aiutando se stesso e permettendo alla sua squadra di portare a casa il risultato che tutta la famiglia si aspetta. L’insegnante cinese è infallibile, ha sempre tutte le risposte e nessuna altra ipotesi merita di essere considerata; i miei lunghi silenzi e i miei “non so” spiazzavano molto gli studenti, che poi però soccombevano all’istinto naturale di colmare i vuoti, e poco a poco si lanciavano, e lo facevano ancora di più se potevano stare in piedi mentre io ero seduta per terra.
    Alcune certezze vanno un po’ riviste con le classi monolingue cinesi, ma le sfide aguzzano l’ingegno e per quanto mi riguarda è stata un’esperienza meravigliosa, con tutti i suoi alti e bassi!

Rispondi