Citazioni: Calvino e l’antilingua

Ogni giorno, soprattutto da cent’anni a questa parte, per un processo ormai automatico, centinaia di migliaia di nostri concittadini traducono mentalmente con la velocità di macchine elettroniche la lingua italiana in un’antilingua inesistente. Avvocati e funzionari, gabinetti ministeriali e consigli d’amministrazione, redazioni di giornali e di telegiornali scrivono parlano pensano nell’antilingua.

Caratteristica principale dell’antilingua è quella che definirei il «terrore semantico», cioè la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato, come se «fiasco» «stufa» «carbone» fossero parole oscene, come se «andare» «trovare» «sapere» indicassero azioni turpi. Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago e sfuggente. Abbiamo una linea esilissima, composta da nomi legati da preposizioni, da una copula o da pochi verbi svuotati della loro forza, come ben dice Pietro Citati che di questo fenomeno ha dato un’efficace descrizione.

Chi parla l’antilingua ha sempre paura di mostrare familiarità e interesse per le cose di cui parla, crede di dover sottintendere: «io parlo di queste cose per caso, ma la mia «funzione» è ben più in alto delle cose che dico e che faccio, la mia «funzione» è più in alto di tutto, anche di me stesso ».

La motivazione psicologica dell’antilingua è la mancanza d’un vero rapporto con la vita, ossia in fondo l’odio per se stessi. La lingua invece vive solo d’un rapporto con la vita che diventa comunicazione, d’una pienezza esistenziale che diventa espressione. Perciò dove trionfa l’antilingua – l’italiano di chi non sa dire ho «fatto», ma deve dire «ho effettuato» – la lingua viene uccisa.

Italo Calvino – SAGGI 1945-1985 a cura di Mario Barenghi, Arnoldo Mondadori Editore.

2 pensieri su “Citazioni: Calvino e l’antilingua

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  2. interessante questo concetto di antilingua
    lavorando all’estero ho provato sulla mia pelle una diversa antilingua, almeno io la definisco così: il non riuscire alcune volte ad esprimermi bene, a non trovare più di una volta le parole per… (tanto che con i colleghi italiani abbiamo creato uno slogan: “torna a casa LESSIco”…
    penso sinceramente che per un insegnante (madrelingua o no, non fa diferenza) l’antilingua sia la mancanza di aggiornamento, l’essersi assestati-arenati su determinati tipi di lezione, perdere la curiosità ed il contatto con la realtà legata alla lingua che si insegna…
    l’antilingua dal mio punto di vista è dire sempre “ho fatto” perché si è dimenticato che esiste anche “ho effettuato-eseguito-portato a termine-condotto” ecc. Non è ” la fuga di fronte a ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato” perché è il significato che si è incredibilmente allontanato da noi…..
    lavorare all’estero è durissimo per questo motivo e la ricerca ed il contatto con i connazionali diventa una necessità e una strategia per far circolare le idee e le parole…

    ll*

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