Ildue chiacchiere con Roberta Barazza, parte finale

A distanza di mesi dal primo post, è finalmente pronta la seconda ed ultima parte della chiacchierata con Roberta Barazza.

Mi scuso per il ritardo della pubblicazione e vi auguro buona lettura!

Allora Roberta, ci ritroviamo dopo molte settimane. Nella prima puntata ci avevi parlato del tuo passato di studentessa ed insegnante in varie parti del mondo e ti eri soffermata a parlarci della tua disavventura alla Purdue University, negli Stati Uniti. All’epoca scrivevi che ti mancavano pochi giorni alla partenza. Adesso in che parte del mondo ti trovi? O comunque: da che parte del mondo ci scriverai il prossimo anno accademico?

Da fine maggio mi trovo in Italia. Per i prossimi mesi insegnerò probabilmente inglese nelle superiori a Bologna. E’ la possibilità più fondata, finora, ma la meno entusiasmante. Preferirei tornare all’estero.

Come avevo accennato nella prima parte, il tuo nome appare anche in testate importanti per chi fa il nostro lavoro come il Bollettino Itals e In-it. E’ stato anche questo un modo per mettere a frutto la tua esperienza?
Siccome le riviste citate trattano tematiche importanti per chi fa un lavoro come il nostro, dal tuo punto di vista, qual è l’andamento o l’approdo della didattica dell’italiano? Cioè verso dove stiamo andando? C’è una tendenza o un aspetto, legato o no, alle tue esperienze, di cui vorresti parlarci?

Mi piace molto insegnare italiano, ma ancor più della linguistica o didattica della lingua, mi interesssa l’insegnamento della cultura italiana: storia, società, attualità. E questi stessi aspetti mi interessano anche per gli altri paesi. Sono stata in vari paesi. Mi appassiona molto, quando arrivo in un paese, conoscerne la storia, la cultura e la situazione attuale. E cerco di diventare un po’ cittadina di quel paese. Insegno italiano ma studio la cultura locale.
Claudio Magris ha detto una volta che viaggiare troppo è un po’ immorale perchè non ci si interessa a fondo dei problemi di nessun paese. Non sono d’accordo. Questo lo fanno i turisti. Ma vivere in un paese per vari mesi o anni permette di partecipare alle sue vicende sociali. In Cina volevo aiutare una mia alunna che aveva una grave ustione al volto e sono riuscita, con poche email, a venire in contatto con un’associazione di medici di Milano che erano disposti a operare gratis la bambina. In Macedonia mi sono interessata di un prete ortodosso, in prigione per reati di opinione, che è stato poi rilasciato. E ho difeso presso l’ambasciata turca le posizioni di Ohran Pamuk, poi Premio Nobel per la letteratura, condannato per le sue opinioni politiche. In USA sono orgogliosa di aver denunciato,
quando ero ancora alle dipendenze dell’università Purdue, cioè ancora a rischio di ritorsioni da parte dei miei datori di lavoro, le ingiustizie subite pubblicando quei miei articoli.
Dico questo perchè nei paesi dove lavoro mi piace molto insegnare la mia lingua e cultura, ma almeno altrettanto conoscere quella degli altri e partecipare alle vicende sociali e politiche di altri paesi.
Per quanto riguarda le riviste con cui collaboro, il tutto è cominciato con i corsi Itals seguiti a Venezia. Dopo questi corsi ho iniziato a scrivere nelle riviste e a insegnare italiano in vari paesi. Ho tenuto due corsi di italiano per stranieri all’università di Venezia nel 2000. Poi ho cominciato a scrivere per il Bollettino Itals, come dicevo, soprattutto sulla cultura italiana: il Nord-Est italiano, il carattere clientelare, nepotista e amorale di molta storia culturale italiana, l’emigrazione italiana in USA, l’insegnamento dell’italiano in Macedonia, siti con materiale multimediale – http://www.raiclitv.it – , siti utili per trovare lavoro come insegnante di italiano L2 all’estero (rimando per questo al mio blog www.insegnareitaliano.blogspot.com ), ecc. Ora uscirà un articolo sul linciaggio di molti italiani in USA tra ‘800 e ‘900 dovuto alla xenofobia di cui erano vittima i nostri connazionali a quel tempo. Prima di questo avevo scritto alcuni capitoli di un libro sulla letteratura italiana per stranieri a cura di Balboni e Cardona dell’Università� di Venezia.
Nella didattica delle lingue continua ad imporsi il modello americano basato molto sul ‘communicative approach’. Lì si insegna la lingua parlata, e i testi scritti passano in secondo piano. Quando ho detto che tengo, ovviamente, lezioni in italiano, ma che anche scrivo qualche parola alla lavagna mentre parlo, sono nate contese pesanti. Nei corsi di lingua che ho fatto in USA i ragazzi studiano, ma il professore non ha il diritto di pretendere grande precisione e approfondimento. Secondo me i corsi lì sono un po’ superficiali e il voto minimo è praticamente garantito. Quando correggevo i compiti in USA, ero tenuta a partire sempre dalla metà del voto massimo. Se, ad esempio, in un esercizio il voto massimo era 10, io partivo, nella correzione, da 5. Il voto andava da 5 a 10. La cosa continua a sorprendermi e la considero inaccettabile, ma lì ero tenuta a fare così. Ho bocciato alcuni studenti in Macedonia, ma praticamente nessuno (a parte quelli che non sono più venuti a lezione) in USA. Non che mi compiaccia di bocciare, ma questa situazione assomiglia al 6 politico del ‘68. Solo che nel ‘68 il 6 era, apppunto, politico. Qui credo sia più una questione economica: gli studenti sono trattati molto bene perchè pagano tasse molto alte. Sono anche protetti da sindacati molto potenti che possono creare grandi guai ai professori. La frequenza, nelle università USA, è un elemento fondamentale per passare un esame. Ma frequentare non vuol dire capire e assimilare. Il sistema universitario europeo si adatta, come è noto, al modello USA e anglosassone e anche in Europa i corsi sono ora più semplici e veloci. In Italia si studia – o si studiava – molto di più per passare gli esami. Ma anche qui negli ultimi tempi tutto si è semplificato e anche banalizzato. Però bisogna aggiungere
che in Italia non ci sono quelle strutture forti che danno molti stimoli agli studenti e che facilitano il loro lavoro. Gli studenti americani vivono, quasi tutti, per conto proprio, e infatti sono sorpresi quando sentono che gli italiani vivono con i genitori così a lungo. E vivere autonomamente aumenta moltissimo l’attività di studio e la partecipazione alla vita universitaria. Poi si trovano in una struttura in cui ricevono moltissimo, mentre in Italia sono per lo più abbandonati a se stessi e devono arrangiarsi. In USA i professori addirittura ti organizzano le passeggiate con i colleghi studenti e insegnanti. Tra professori italiani e professori americani c’è un abisso: in Italia gli accademici sembrano molto più interessati a faccende professionali e private, e non sono molto attenti alle attività degli studenti. In USA è molto diverso: c’è un’atmosfera di lavoro comune, non di professori che pontificano e studenti che pendono dalle loro labbra. E’ sicuramente un ambiente che si interessa degli studenti e che ha anche più ricche possibilità economiche da offrire agli studenti più meritevoli.
Io ho avuto quella brutta esperienza alla Pur due University e ho rifiutato di tornarci nell’anno accademico 2007-8 perchè ritengo del tutto ingiusto il loro comportamento nei miei confronti, ma spero che la situazione vissuta sia un caso particolare e che in altre università si riesca a lavorare senza problemi così assurdi e con l’intensità con cui, nonostante tutto, ho potuto lavorare lì.
Invece, più in generale, percepivo dagli USA un clima di ripresa del ruolo italiano nel mondo, una crescente attenzione all’Italia e alle sue decisioni. E mi piaceva partecipare con interventi su questioni politiche e sociali. Poi, tornata in Italia, l’entusiasmo mi è passato perchè qui è tutto più scomodo e difficile. Ma spero di ripartire presto.

All’inizio della tua risposta hai accennato a problemi e contese che hai avuto con alcuni professori, immagino. Potresti specificare meglio il tipo di problemi che ti sei trovata a dover gestire? Accenni al ‘Communicative Approach’ e al tuo uso della lavagna: sono curiosa di saperne di più.

In USA il ‘Communicative Approach’ è quello più diffuso nell’insegnamento delle lingue. Esso da’ importanza primaria all’insegnamento della lingua parlata. Secondo la mia coordinatrice i ragazzi a cui insegnavano avrebbero dovuto imparare la lingua italiana quasi solo ascoltando, come un bambino impara la lingua senza cercare spiegazioni grammaticali o leggere troppo il vocabolario. Si può obiettare che il bambino ha a disposizione un bel po’ di anni per fare questo, mentre in un corso di solito in poche lezioni si pretende che uno studente sappia già molto. Comunque lì si insiste molto sull’ascolto. Si pretende meno precisione anche nella scrittura. Si vuole che i ragazzi sappiano innanzitutto esprimersi. I ragazzi devono capire sempre di più l’insegnante che parla italiano. Gli scambi sono soprattutto orali e gli studenti devono sempre di più comunicare con l’insegnante e
ancor più tra di loro. La contesa con i professori era nato proprio perché mi ero permessa di proporre una maggiore attenzione al testo scritto. Siamo stati invitati a usare pochissimo la lavagna e a non scrivere troppe parole,perché l’apprendimento è soprattutto orale. C’era ovviamente un libro di testo ma lo si usava poco in classe. I ragazzi in classe ascoltavano l’insegnante e a casa erano tenuti a ricordare, ricostruire, capire meglio quanto appreso in classe e inquadrarlo in schemi mentali più chiari anche con l’aiuto di una grammatica che consultavano a casa. Altri aspetti delle lezioni che possono interessare: alla fine del corso i miei alunni erano tenuti a presentare un piccolo lavoro orale sull’Italia. Un alunno in
particolare mi ha costruito un video in cui lui si filmava in una specie di scena teatrale molto spiritosa: aveva una parrucca bionda e raccontava di essere un dongiovanni italiano, di avere avuto avventure divertenti, di essere stato intervistato dalla rivista ‘Gente’ … insomma una scena simpatica e fantasiosa. Un’altra studentessa ha parlato della Calabria portandosi dietro la borsa con i Bronzi di Riace e raccontando episodi della
vita di sua nonna nata a Cosenza. Un’altra studentessa ha costruito un documento in Power Point sulla storia d’Italia. Un’altra ci ha preparato la bruschetta che abbiamo mangiato insieme e la presentazione orale era la spiegazione della ricetta da lei preparata. Un corso simpatico e vivace.
Altro dettaglio che può interessare: durante il corso gli insegnanti erano tenuti a autofilmarsi durante una o due lezioni con la videocamera dell’università. Questo per poi rivedersi e capire meglio pregi e difetti delle proprie lezioni. In generale l’uso dei mezzi informatici e multimediali lì era molto diffuso. Per la sola valutazione degli studenti, si usava un programma complicatissimo, almeno all’inizio, al computer.

Hai avuto la possibilità di lavorare in tanti posti diversi, cosa accomuna tanti studenti di italiano che vivono in paesi così diversi e distanti?

Sono piacevolmente sorpresa dal vivo interesse per la lingua e la cultura italiana. L’ambiente più interessato a conoscere l’italiano era quello dell’università South East Europe Universiy a Tetovo in Macedonia. Lì, in un’università di circa 5000 studenti, quasi un migliaio chiedeva corsi di italiano: una percentuale enorme. Ci sono altre lingue straniere studiate (francese e tedesco, mentre l’inglese è considerata lingua essenziale perché è un’università americana e molti corsi sono tenuti in inglese), ma l’italiano è la lingua che interessa di più gli studenti. La SEEU si trova nella zona della Macedonia a maggioranza albanese, e come si sa moltissimi sono gli albanesi che vengono in Italia o che desiderano venirci. Non so se alla SEEU adesso ci sono ancora così tanti corsi di italiano. Io ci sono stata nell’anno accademico 2005-6 e già allora si cominciava a pensare ad una riduzione drastica dei corsi in quanto l’Italia non mandava finanziamenti per i corsi di italiano, mentre Francia e Germania davano grandi contributi. Per questo il Centro Linguistico voleva bloccare l’iscrizione ai corsi di italiano e incoraggiare quella ai corsi di tedesco e francese.

Alla SEEU ho conosciuto degli studenti – tanti – che parlavano l’italiano benissimo; molti andavano in Italia spesso, e alcuni conoscevano aspetti della cultura italiana – la politica, l’attualità, che neanche molti italiani di media cultura conoscono. Aggiungo che sono stata anche in Albania e lì si può parlare italiano quasi ovunque perché quasi tutti lo capiscono. Ricevono la TV italiana e gli scambi con l’Italia sono molti. E devo dire che gli italiani risultano lì piuttosto simpatici. Qui in Italia si sentono spesso tristissime storie di emigrazione albanese e balcanica ma l’idea dell’Italia è, in genere, molto positiva e l’Italia resta la prima porta per l’Europa. L’Italia, non la Grecia, che pur è a due passi da Albania e Macedonia, ma non è una terra di migrazione molto amata.

In USA gli studenti erano anch’essi molto interessati all’italiano. Molti miei studenti avevano genitori italiani e la lingua italiana per molti di loro era non un astratto interesse culturale ma un aspetto dei loro legami affettivi. Un po’ ovunque i temi dell’Italia che interessano di più sono calcio, moda, cucina, musica, città italiane, scuola e università. In USA uno dei miei corsi prevedeva la visione di almeno un film ogni settimana – usavo per questo il sito www.raiclicktv.it – ed è stato molto piacevole e coinvolgente per loro, e anche per me. I mezzi multimediali motivano e interessano molto. Anche in Egitto, dove ho insegnato nel 2001, c’è grande interesse per la cultura italiana e gli egiziani in genere ci considerano persone a loro affini per socievolezza, ospitalità, calore umano.
Simile affinità, di certo dovuta anche alla comune cultura cattolica, vi è in Messico, dove sono stata per un breve periodo in una Dante Alighieri. In Lituania l’interesse per l’italiano era meno forte. Ci sono stata nel 2003, e i Paesi Baltici sono entrati in Europa nel 2004. A quel tempo vi era una forte emigrazione di lituani in Spagna, non tanto in Italia. Per questo l’interesse per la lingua italiana non era così forte.
In Cina ho insegnato inglese. Posso dire degli studenti cinesi che sono molto obbedienti e rispettosi. Troppo, diremmo noi. Entravo in classi di scuola media e superiore di anche 50 alunni e tutti stavano in perfetto silenzio e in posizione composta. Se penso ad una scuola d’arte di Roma dove ho insegnato, la differenza è enorme: quando entravo i ragazzi non degnavano di uno sguardo l’insegnante e alcuni sembravano non essersi accorti della presenza del malcapitato fino al suono dell’ora successiva, quando finalmente questi se ne andava. Alcuni ragazzi ascoltavano musica con le cuffie e se erano un po’ stanchi andavano tranquillamente a farsi un giro nella terrazza dell’aula … senza chiedere permesso, ovviamente. In Cina…. tutt’ altra cosa. Ho letto comunque che ora anche gli stessi insegnanti e pedagoghi cinesi pensano che i ragazzi siano stati educati a troppa passività e che sia necessario spingerli a maggiore creatività e a esprimersi più liberamente. Questo clima di passività deriva ovviamente dalla recente storia politica cinese che ha esaltato l’obbedienza come una grande virtù. Ho letto di recente ‘La Porta Proibita’ di Tiziano Terzani e si parla anche della scuola cinese in cui i suoi due figli, allora di 9 e 11 anni, hanno studiato. Bellissimo libro.

Hai la lampada di Aladino nelle mani, ma i 3 desideri riguardano esclusivamente l’insegnamento, cosa auspichi a cambiare, a migliorare?

Primo desiderio: vorrei che le scuole e università in cui si insegna l’italiano aumentassero di molto, così continuo a fare questo lavoro che mi piace molto e a conoscere molti paesi stranieri.

Desiderio numero 2: vorrei che in Italia si fossero più investimenti per attività culturali. Un corso di italiano all’estero è un investimento più che una spesa in quanto nuovi corsi hanno per conseguenza maggiori scambi anche economici con l’Italia, diffusione di prodotti italiani, viaggi in Italia, incremento del turismo … Dopo aver letto il bestseller dell’estate
‘La Casta’ di Rizzo e Stella, si capisce che in Italia di certo non mancano i soldi per finanziare corsi di italiano. Piuttosto troppi soldi vengono letteralmente buttati negli enormi sprechi improduttivi voluti dalla classe politica.

Desiderio numero 3: vorrei che ci fossero molti più contatti tra italiani e stranieri, più opportunità per gli italiani di studiare e insegnare all’estero e più facilità per studenti e studiosi stranieri di venire in Italia. Molti italiani vanno a studiare o a insegnare all’estero. Tradizione consolidata dai problemi delle università italiane e che non sembra ancora venir meno. Se più studiosi o studenti stranieri venissero in Italia ci sarebbe un confronto con persone critiche, non assuefatte a tante anomalie tutte italiane. E forse molte cose cambierebbero. Se si leggono i commenti di giornali stranieri sull’Italia ci si accorge di cose che ormai non sorprendono più noi italiani, ma che sicuramente andrebbero criticate.
Ovviamente succede anche il contrario. Gli americani, ad esempio, accettano con sorprendente ingenuità le scelte di politica estera, o anche non se ne informano troppo e il risultato è un incredibile divergenza tra come loro vedono il loro governo, e come all’estero gli stranieri vedono il loro governo.

3 pensieri su “Ildue chiacchiere con Roberta Barazza, parte finale

  1. Ciao Signore Io sono uno studente congolese, e imparare l’italiano dopo aver superare una prova, quando riesco a testare l’ambasciata italiana mi darà un visto(visa) per continuare il mio studioso, ma solo in Italia o vorrei sapere se ci sono gratis a casa di accoglienza per studenti stranieri, ho davvero continuare con i miei studi, se per trovare una soluzione che mi è appena conformarsi con la mia situazione, in una parola c’è amore, se vi è un alloggio gratuito in Italia per continuare i miei studi, perché ho seguito al successo nel mio esperimento
    In attesa di una risposta favorevole, vi prego di accettare i sensi della mia profonda stima

  2. ciao. il caso di ohran pamuk è capitato quando io ero in macedonia. ho espresso in vari luoghi attorno all’ambasciata turca a skopje il mio sostegno allo scrittore. sì, non è partecipazione alle vicende turche in turchia, ma è un bel ricordo di una presa di posizione per me coinvolgente. non è avvenuta in turchia, ma nell’area balcanica dove la risonanza era forte e dove il tema dei conflitti etnici è un problema ancora non risolto.
    ciao, roberta barazza

  3. Scusate, una precisazione… Dall’articolo si evince la combattività di Roberta, ed è lodevole, ma mi pare fuori posto menzionare la difesa del premio Nobel Orhan Pamuk, in quanto si parlava di azioni intraprese nei paesi in cui lei ha vissuto, e non credo lei l’abbia fatto in Turchia… In tal caso, sarebbe interessante conoscerne le conseguenze.

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