In nome del plurilinguismo


L’Accademia della Crusca e le principali associazioni di linguistica hanno stilato un documento a favore del plurilinguismo, importante fattore di crescita intellettuale e sociale.
I firmatari, (il primo è Tullio De Mauro) chiedono politiche adeguate, strumenti strutturali per insegnanti e formatori per combattere pregiudizi.

Ecco i cinque punti:

1. Conoscere e usare più lingue è un fattore di ricchezza e un ausilio potente per la crescita cognitiva, intellettuale e sociale dell’individuo e dell’intera comunità. I dati provenienti dalle scienze del linguaggio da tempo concordano sul fatto che il plurilinguismo non solo è un dato fisiologico della specie umana, ma è anche un fattore di sviluppo e crescita.

2. Le dinamiche che si instaurano tra le varie lingue, anziché divenire motivo di separatezza, esclusione o conflitto sociale, possono essere guidate e indirizzate per ottenere risultati, prima di tutto educativi, che non solo permettano relazioni positive tra le culture di cui sono portatrici, ma garantiscano il pieno sviluppo linguistico e cognitivo individuale.

3. Tutto ciò non può essere affidato all’improvvisazione né può gravare su una scuola lasciata a se stessa. Gli insegnanti, che pure hanno affrontato spesso positivamente la pluralità idiomatica nella loro attività quotidiana, devono essere sistematicamente formati all’adozione di una prospettiva didattica plurilingue e in secondo luogo sostenuti nella pratica didattica attraverso risorse umane e materiali appropriate.

4. Perché ciò avvenga è necessaria una politica linguistica che incida sul piano nazionale e locale e favorisca sia la conoscenza e la diffusione delle lingue e delle diverse realtà idiomatiche sia la ricerca sulle molteplici entità linguistiche che ormai si intrecciano sul territorio. Anche sul piano internazionale è opportuno che le istituzioni favoriscano forme di promozione della lingua e della cultura italiana coerenti con la realtà plurilingue del nostro Paese.

5. Ciò deve in primo luogo coinvolgere le istituzioni preposte alla ricerca, che devono diventare luoghi privilegiati di elaborazione teorico-descrittiva e applicata e di formazione su questi temi, e tutte le agenzie educative che oltre a essere naturale luogo di contatto e integrazione tra le varie lingue e culture presenti nella società italiana, devono garantire un’adeguata formazione linguistica.  

Qui il documento e qui la risposta del ministro per l’integrazione Cécile Kyenge.

Per approfondimenti rimandiamo all’articolo di repubblica.it sulll’argomento.

 

6 pensieri su “In nome del plurilinguismo

  1. Non sono d’accordo con te , Ciro. Per prima cosa dove io risiedo le scuole non seguono un curricolo italiano; l’insegnamento dell’italiano é come di un’altra qualsiasi L2. Poi, se le cattedre, sono finanziate dallo stato italiano non mi sembra affatto giusto che l’insegnante italiano condivida le ore con gli insegnanti locali che , ti assicuro, guadagnano MOLTISSIMO meno. L’insegnante italiano che arriva fa molta fatica a capire come funziona una lezione L2 (perché in Italia non lo facevano). Gli istituti di formazione di formatori in discipline varie (per noi sono Profesorados), ovviamente tra cui l’italiano, hanno un ottimo livello di preparazione… per cui mi rifaccio a quanto espresso nel commento anteriore. Anche noi facciamo molta fatica a trovare ore per insegnare l’italiano!

  2. Per una ragione molto semplice, Carolina. Se sono scuole riconosciute dallo stato Italiano, seguono un curricolo italiano e, giustamente, pretendono una qualifica italiana. Cosi’ come un insegnante abilitato in Italia non puo’ essere assunto da una scuola statale argentina senza che abbia la qualifica richiesta dallo stato argentino. Se poi esistono cattedre finanziate dallo stato italiano all’interno di curricoli di stati stranieri vale piu’ o meno lo stesso principio, in senso piu’ largo pero’: pago io quindi ci metto chi voglio io. Non sono completamente d’accordo con te quando dici che il lavoro potrebbe essere svolto allo stesso modo da un insegnante argentino, pure con cittadinanza italiana, che pero’ in Italia non ha mai risieduto oppure ha risieduto molto sporadicamente. Al di la’ di questi criteri, la questione reale e’ che il Partito Democratico ha una forte enclave elettorale fra gli insegnanti e quindi garantisce loro la speranza di alcuni posti privilegiati. E’ quindi un cricterio elettoralistico. Se il criterio fosse veramente la diffusione della cultura e della lingua italiane all’estero basterebbe, come scrivevo, eliminare un codicillo, permettendo cioe’ di far firmare dei contratti di tipo locale qui in Italia. Sarebbero moltissimi a voler partire, per due ragioni: primo perche’ in Italia gli insegnanti hanno grandissima difficolta’ a trovare un lavoro stabile, secondo perche’ in questo modo potrebbero maturare punteggio per poi tornare in posizione migliore a lavorare in Italia.

  3. Ciao Ciro,
    sono d’accordissimo con te, le cifre sono astronomiche anche nei confronti delle nostre. Io, peró, mi sono sempre chiesta, e continuo a farlo, perché noi, insegnanti locali, che conosciamo benissimo il pubblico, le sedi, ecc, non possiamo fare il lavoro che i colleghi italiani vengono a fare qui, che, oltretutto richiede di parecchio tempo di adattamento…
    Per caritá, non voglio dire che i colleghi giovani italiani non siano abilitati, ma credimi che anche noi lo siamo e possiamo perfettamente mostrare l’italianitá anche senza essere nati lí. Se in definitiva stiamo diffondendo la cultura (e la lingua) italiana, perché il Governo Italiano non ci riconosce questa possibilitá?

  4. Cara Carolina,

    e’ molto triste. Sappi pero’ che questi tagli sono stati causati dalla crisi ma anche dal fatto che gli insegnanti che mandava il ministero erano pagati cifre molto piu’ alte della retribuzione che prendevano in Italia. Inosmma erano una piccola corporazione di privilegiati. Come vedi per tagliare queste ingiustizie ci finisce di mezzo anche la diffusione della lingua italiana. Se ci fosse la possibilita’ di fare contratti a insegnanti residenti in Italia per sedi estere con retribuzione locale ci sarebbero molti giovani insegnanti abilitati che partirebbero con felicita’ per l’Argentina. Se invece leggi l’ultimo deccreto del Governo Letta uscito sabato scorso (http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=2013-08-31&atto.codiceRedazionale=13G00144&elenco30giorni=false) noterai un codicillo al capo 9 che recita che ora si possono si’ fare contratti a livello locale, ma solo per persone residenti nel paese da almeno un anno. Cioe’ devi partire senza un lavoro e poi una volta che sei li’ forse lo trovi pero’ dopo almeno un anno. Io credo che senza quel codicillo tante cattedre italiane all’estero non sarebbero state chiuse e tanti giovani avrebbero fatto esperienza e punteggio in graduatoria aggiungendo al lovo CV una bella esperienza in un paese straniero.

  5. Triste, molto triste, pensare che a Rosario (Argentina), sparirá da dicembre addiritura l’ufficio scuola del Consolato Italiano, non arriverá piú nessun insegnante madre-lingua e tantomeno capaciteranno qualcuno di noi per gestire l’italiano nella circoscrizione (cosa che da anni mi chiedo), sommato a tutto questo il nostro Ministerio de Educación de la provincia de Santa Fe, riconosce una lingua straniera l’inglese-ovvviamente- obbligando le altre LS a sussistere intanto sottomesse alla prima LS, sempre l’inglese. Dimenticando cosí che la maggior percentuale di radici nella nostra zona sono appunto italiane…
    Insomma é un momento di lutto profondo…

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