La crisi americana dal punto di vista dell’ILS

Non vero che la crisi americana riguardi soltanto i poveri risparmiatori in miseria, le tipiche numerose famiglie americane o i colossi della finanza che sul lastrico chiudono dall’oggi al domani.

In realta’ sto quasi toccando con mano la crisi economica che stanno attraversando gli Stati Uniti, e se non sto proprio a preoccuparmi e continuo a dormire sonni tranquilli, in realta’ inizio a guardarmi attorno con piu’ circospezione. Ma andiamo con calma.

Prima di tutto un articolo apparso su La repubblica online, due giorni fa, dal titolo: “USA, l’Italiano in estinzione la comunita’ immigrata si mobilita“. In poche righe posso riassumerne il contenuto: ci sono alcune materie, tra cui le lingue straniere, che si studiano negli Usa nella scuola superiore, per le quali e’ possibile sostenere, a pagamento, un esame che rilascia dei crediti e delle credenziali, da poter sfruttare nelle universita’ americane ed estere. Questo significa che le matricole, posso iscriversi a corsi di lingua di livello intermedio, perche’ a scuola hanno sostenuto un esame che riconosce i loro anni di studio della lingua, italiana nel nostro caso.

E’ evidente che poi questo provochi non poche difficolta’ agli studenti, che spesso hanno problemi a seguire il passo del livello intermedio; e’ d’altro canto comprensibile il fatto che tali studenti non vogliano ripetere i due corsi del livello principiante. Prima di tutto perche’ non otterrebbero crediti e secondo perche’ il livello intermedio se lo sono guadagnato di diritto, sostenendo l’esame in questione e cioe’ l'”Advanced Placement Program”, che dal 2006 annovera l’Italiano tra la rosa delle discipline e delle lingue che permettono il riconoscimento di crediti.

Nonostante gli investimenti del governo italiano e nonostante l’esame sia a pagamento, in realta’ le scarse iscrizioni non sono state sufficienti a rientrare delle spese e quindi dopo appena due anni e mancanze varie di fondi, vista la crisi economica che attraversa il paese, l’esame sara’ soppresso.

Per quanto mi riguarda oggi mi arriva nella mail del lavoro una fredda, veloce e non troppo chiara comunicazione, nella quale venivamo informati che ci sarebbe stato un “budget cut” per il prossimo semestre (l’universita’ nella quale lavoro e’ statale) e che quindi sarebbe irrimediabilmente aumentato il numero massimo degli studenti per classe. Il che vuole anche dire, piu’ studenti nelle aule, meno sezioni aperte, ma speriamo mai e poi mai, nessun collega a spasso.

17 pensieri su “La crisi americana dal punto di vista dell’ILS

  1. Vanessa ha toccato un tema piuttosto delicato: la “paura”. Effettivamente nel sistema di caste proprio dell’accademia americana, ai lettori-paria vengono offerti contratti rinnovabili ogni tre anni (all’inizio addirittura di anno in anno). La paura per il proprio destino lavorativo dunque esiste e spinge nel migliore dei casi ad assumere un basso profilo, nel peggiore a comportarsi in maniera indegna. Tutto questo per non essere considerati/e “troublemakers” (“trabolmecher” nella ruvida variante della mia coordinatrice, di balcanici natali).
    A Maria Grazia comunque direi che non tutto e’ da buttare, anzi: le universita’ americane hanno moltissime risorse e in ogni caso uno spazio, sia pure angusto e continuamente minacciato, per la creativita’ c’e’. Basta saperselo creare. Gli studenti americani rispondono bene, una volta che gli sono stati esplicitati gli obiettivi delle attivita’. Certo, la spada di Damocle della valutazione (e dei molti $$$$$ investiti nella propria formazione) e il voto (se non e’ una “A” e’ sempre un dramma: non potranno diventare chirurghi plastici o avvocati, come i genitori) sono sempre la loro prima preoccupazione.

  2. Ciao a tutti.
    Rispondo un po’ in ritardo.
    No, non insegno negli Stati Uniti né a studenti americani e dopo aver letto questa corrispondenza vorrei aggiungere “fortunatamente!”
    Ciò che decrivete mi sembra terribile. Nella mia esperienza ho avuto spesso l’impressione che i momenti di “time consuming” fossero estremamente produttivi per quanto riguarda l’acquisizione della lingua e a volte, un po’ d’improvvisazione rende la lezione più vivace e gli studenti più autonomi.
    Forse perché anch’io sono passata per la Dilit?
    Comunque vi ammiro molto.
    Ciao, M.Grazia

  3. Salve a tutti, ho letto gli ultimi messaggi del blog e non ho resistito a congratularmi con Ladylink e Adalberto per le ottime osservazioni. Anche io in passato ho lavorato negli Stati Uniti e posso dire che spesso il terrore che il proprio contratto non venga “rinnovato” (ah, i pregi del liberismo!) comporta la paura di perdere il posto e dunque tappa la bocca a chi avrebbe cose sacrosante da dire. Un particolare relativo al numero di studenti per classe: in alcune universita’ esiste un sindacato dei lettori che ha negoziato un numero massimo di studenti per classe, questo non mi pare il vostro caso. Non avete mai preso in considerazione l’idea di mobilitare tutti i lettori e fare qualcosa? mi sembra che insegnare italiano a una classe di 30 studenti americani sia facile come impedire alla coppia Jolie-Pitt di riprodursi…scusate la battutaccia!
    a presto, Vanessa

  4. Pingback: il due blog» Archivi Blog » Insegnare italiano negli U.S. Alcune cosa da sapere…

  5. Adalberto, ailoviu, dal battiscopa in su!!!!
    🙂
    Sante parole, sante, analisi obiettiva direi….
    ancora grazie

  6. Ladylink chiama e Adalberto risponde 🙂

    Cara Caterina,

    le tue osservazioni sono interessanti e del tutto condivisibili: in effetti, data la tipologia di studente, non credo Universitalia sarebbe di alcuna utilita’ a livello di college. Le ragioni secondo me sono molte. Mi rifaro’ per forza di cose alla mia personale esperienza, non potendo affermare di conoscere tutti i dipartimenti d’italiano degli Stati Uniti:

    a) in genere uno studente americano arriva all’universita’ avendo alle proprie spalle esperienze di apprendimento linguistico piuttosto discontinue, frustranti e poco efficaci: molto probabilmente ha studiato per qualche anno lo spagnolo; in alcuni casi forse il francese o il latino (spesso indicato tra le “lingue straniere” studiate in passato); in rarissimi casi il livello di competenza raggiunto e’ apprezzabile.

    b) nell’universita’ per la quale ho lavorato io esiste un “requirement”, ovvero un requisito, di quattro semestri obbligatori di lingua straniera da studiare. Iniziativa lodevole, se non fosse che la maggior parte degli studenti vive tale obbligo con una malcelata insofferenza: arrivano all’universita’ pensando che imparare una lingua straniera sia difficile noioso e inutile, dal momento che parlano gia’ una lingua franca. Il livello di motivazione vola all’altezza del battiscopa. Fargli cambiare atteggiamento e’ impresa complicata, anche se non impossibile. E poi devono studiare tantissimo per un sacco di altri corsi che considerano molto piu’ importanti.

    c) materiali; i materiali generalmente adottati sono concettualmente datati e a volte addirittura pieni di errori (essendo spessissimo i loro autori non madrelingua). Ti invito a dare un’occhiata a testi quali “Ciao!” o “Prego!”, che io ho avuto la sfortuna di dover usare cosi’ a lungo: sulla copertina del secondo campeggiano i ritratti di Arlecchino, Pulcinella e Colombina. Gli autori definiscono entusiasticamente tali testi come comunicativi: le unita’ si aprono con la lista delle parole o delle espressioni che lo studente deve (dovrebbe) memorizzare PRIMA della lezione. A seguire, una progressione brutalmente grammaticale accompagna lo studente tra le insidie della lingua italiana. Il tema dell’unita’ serve solo a semplificare il lavoro degli autori: preparare i drills diventa infatti facilissimo (unita’ sul ristorante, paragrafo dedicato ai pronomi diretti di terza persona: “Giovanna ha mangiato le cozze >>> Giovanna ___ ha mangiat__” e cosi’ via).
    Chiude il capitolo la famigerata NOTA CULTURALE: poche righe in cui di norma si concentrano ovvieta’ (“Al bar, in Italia, si puo’ bere il caffe’ in piedi”), generalizzazioni imbarazzanti (“I giovani italiani vestono all’americana”) e luoghi comuni. Come se non bastasse, in occasione del quiz gli studenti devono presentare anche il “Laboratory manual”, cioe’ il libro degli esercizi: anche in questo caso tonnellate di inutili drills che lo studente impiega ore a fare o anche solo a copiare (le chiavi degli stessi molto spesso sono disponibili online) e che gli fanno odiare profondamente la tua disciplina.

    Iniziative e sperimentazioni come quella in corso nel dipartimento di ladylink (adozione di Espresso e valutazione di altri validi e moderni materiali pubblicati in Italia) sono lodevoli e fanno ben sperare 🙂

    d) i sillabi, in nome di un malinteso concetto di “efficienza”, sono densissimi e spesso modellati sull’indice del libro adottato come manuale: alla fine del primo semestre gli studenti hanno (teoricamente) coperto una parte molto vasta della grammatica italiana, arrivando alla differenza tra passato prossimo e imperfetto, tanto per dire. Chiedi ad uno di loro (alla fine del semestre) di raccontarti che cos’abbia fatto la sera precedente e poi cerca di decifrarne la risposta, in mezzo agli “uhm”, “eeeheee” e a gorgoglii di varia natura. Si badi bene, la colpa secondo me non e’ dell’apprendente: gli studenti americani sono curiosi, attivi, brillanti e capaci quanto i propri coetanei europei. E mediamente molto ambiziosi.

    e) logistica; le lezioni sono brevi (50 minuti) e di norma si svolgono tre o quattro volte alla settimana. “Chi si ferma e’ perduto”: non ci si puo’ permettere di trastullarsi in inutili attivita’ “time consuming” (espressione che uso’ la mia coordinatrice per definire un’attivita’ di lettura autentica che mi aveva portato via ben 22 minuti), bisogna seguire il programma al millisecondo. Non sei riuscito a “far praticare” (si’, perche’ in classe ti viene detto che non si fa grammatica: si deve far praticare comunicativamente la lingua, pezzettino per pezzettino…) gli articoli determinativi? Te li ritrovi sul groppone il giorno dopo, insieme a una vagonata di altre cose.

    f) progressione; la progressione del sillabo non consente di ritornare “a spirale” su quanto affrontato in precedenza: gli studenti devono memorizzare continuamente nuove nozioni in vista delle periodiche prove di valutazione. Altro che spirale: bisogna schizzare sempre in avanti come missili nucleari.
    Dopo due anni i tuoi studenti non sanno ancora usare il presente dell’indicativo (mentre magari il sillabo prevede che si studino la concordanza dei tempi al congiuntivo e tutte le subordinate implicite ed esplicite, eccezioni comprese)? E’ colpa loro: viene suggerito di massacrarli di “pop quiz” (brevi quiz mirati che non vengono preannunciati ai malcapitati) “cosi’ imparano”, “cosi’ studiano”, “cosi’ la prossima volta…”.

    g) prodotto e non processo: la valutazione in itinere sulla carta e’ un’ottima cosa; quando pero’ sottoponi i tuoi apprendenti a cinque quiz, un esame di meta’ semestre e un esame finale nell’arco di un semestre (che alla fine dura tre mesi) e’ evidente che l’obiettivo diventa valutare e selezionare gli studenti e non certo fargli apprendere ed usare una nuova lingua. L’insegnante diventa una sorta di “coach”: ogni lezione serve a preparare gli studenti all’ineluttabile, il Quiz.

    h) competenze: per quanto concerne i dipartimenti d’italiano che ho avuto finora la ventura di conoscere da vicino, ho purtroppo notato una certa mancanza di competenza e di formazione da parte del personale preposto al coordinamento dei corsi: si tratta sovente di persone che raramente (per la mia personale esperienza direi mai) hanno ricevuto una formazione specifica in didattica dell’italiano come LS/L2. Non conoscono i materiali pubblicati in Italia, non fanno formazione da secoli, non incitano il lettore a proseguire nella propria formazione, tutt’altro. La sperimentazione diventa una perdita di tempo e va a scapito dell’efficienza, il sistema va bene cosi’ “perche’ si fa cosi’ in tutti gli Stati Uniti, da sempre, amen”.

    i) classismo; i dipartimenti di lingue sono generalmente scissi e stratificati: in alto chi si occupa della “cultura” (i “professors” che tengono corsi di letteratura, storia o cinema sia a livello “undegraduate” che “graduate”), in basso i paria (leggasi “lettori”) che fanno il lavoro sporco e ovviamente facilissimo di insegnare la lingua (“E che ci vuole? Non e’ mica Deleuze!”). I secondi molto spesso lavorano con contratti a termine e alcuni devono fare piu’ di un lavoro per arrivare alla fine del mese. La comunicazione tra le due caste e’ cortese ma scarsissima.

    Uff, mi sono dilungato “un momentino”. Mi fermo qui, ribadendo che questo e’ solo il mio punto di vista, maturato dopo un’esperienza significativa, ma in fondo limitata, negli Stati Uniti. La situazione del dipartimento di ladylink, come ho gia’ avuto modo di dire, sembra diversa e migliore: evidentemente li’ le competenze non mancano e nemmeno la voglia di sperimentare e, appunto, di migliorare. Temo che purtroppo non rappresenti la norma, ma posso sbagliarmi.

    Sugli studenti ci sarebbe molto da dire. Personalmente trovo che siano stati la parte migliore della mia esperienza: simpatici, rispettosi, generalmente educati e pronti a raccogliere le sfide, se debitamente motivati.

    Non so se ho risposto alle tue sollecitazioni. Spero tu possa trovare qualche spunto interessante per le tue lezioni… nel caso abbia dimenticato qualcosa di importante, chiedi!

    Adalberto

  7. Caterina grazie per gli interventi… scrivero’ un post per farti capire quali possono essere le cause e concause delle difficolta’ di uno studente americano.
    Pero’ preferirei che al momento sia Adalberto a rispondere ai tuoi perche’ … io ho qualche remora….sai… vorrei continuare a lavorare negli States… ancora per un po’ :-))))

    p.s. Adalberto per pubblicare un tuo scritto devi semplicemente scrivere ed inviarmelo (la mia mail ce l’hai). Allega anche un’immagine rappresentativa, per favore!

    grazie a tutti!!

    ll*

  8. Ciao a tutti!
    Scusate se mi inserisco anche se insegno italiano a stranieri in Italia e non all’estero.
    Lavoro sia con studenti Erasmus sia con gruppi di americani e ho avuto modo di utilizzare sia Espresso sia Universitalia.
    Ho notato che con gli americani Universitalia è quasi inutillizabile anche con i livelli cosiddetti ‘intermedi’ (ovvero chi ha fatto circa 4 semestri d’italiano negli States) perché gli input sono troppi, in successione troppo rapida e intricata. Spesso per loro è già difficile utilizzare correttamente le forme del passato prossimo.. come si pretende che capiscano al volo la differenza d’uso con l’imperfetto? E ancora: se non distinguono facilmente una parola femminile da una maschile come introdurre dopo poche lezioni i pronomi tonici e atoni??
    Problemi di questo genere non mi si presentano di solito in una classe Erasmus.
    Vorrei capire meglio come sono organizzate le università e soprattutto le classi di italiano nei College americani e quali consigli si possono dare ai ragazzi per rendere loro meno difficoltoso adattarsi allo stile accademico italiano.
    Grazie.
    Caterina

  9. Sono d’accordo con Maria Grazia per quanto riguarda gli ascolti di “Universitalia”. Devo pero’ dire che io ne ho usati alcuni in un corso di terzo semestre presso il college per il quale lavoravo (parlo della primavera 2008) e vi posso assicurare che non c’era alcuna traccia di ilarita’ in classe: l’input, visto il livello dei miei studenti, era molto complesso e richiedeva molti ascolti per poter essere rielaborato. Normalmente proponevo un ascolto rilassato, seguito, a distanza di un paio di lezioni, da un puzzle linguistico o da una gara delle frasi occasionali (copyright Dilit, Roma, ci mancherebbe). Buoni i risultati e la risposta (il famigerato “feedback”) degli studenti, che consideravano queste attivita’ positivamente “challenging”. Capisco che in un contesto differente (per esempio, un corso d’italiano organizzato presso un ateneo del nostro paese per studenti Erasmus) l’effetto di tali ascolti possa essere quello descritto da Maria Grazia.
    La progressione di “Universitalia” e’ comunque molto rapida e l’input piuttosto – come dire? – denso.
    Grazie per l’offerta di scrivere per il vostro blog: non appena avro’ capito come funziona il sistema (spero molto presto), lo faro’ 🙂

  10. Ciao Maria Grazia, una semplice domanda: ma tu hai fatto questo corso negli Usa? Direi di no…

  11. Ciao. Conosco Universitalia per averlo utilizzato in un corso intensivo di tredici settimane, appena terminato. E’ un testo molto ricco e complesso. I miei studenti, colti e motivati, non l’hanno trovato difficile anzi; il problema sono gli ascolti che, nonostante quanto dichiarato, non sono per niente autentici (tranne un paio di interviste) e l’abilità degli attori nell’imitare il parlato e la frequenza di segnali discorsivi suscitava l’ilarità degli studenti. Inoltre sono troppo lunghi anche se sono ben costruiti dal punto di vista del contenuto lessicale e grammaticale.
    Per il resto il programma di attività è un pò ripetitivo ma qui, come sempre, sta a noi, variarlo utilizzando altro materiale. MG

  12. Contatto, lo aspettiamo a breve per poterci dare uno sguardo. la stessa collega che miha prestato il libro degli anni 40, Laura Cangiano, sostiene che potrebbe essere una valida alternativa. Universitalia lo stiamo valutando, il fatto e’ che qui si decide tuttocon molto anticipo e non riusciremo, forse, a trovare un’alternativa valida.
    Ahinoi.

    Svezia?
    Se ne puo’ parlare…perche’ non ci scrivi su qualcosa per il blog?

  13. Carissima ladylink, grazi per le informazioni, come sempre molto dettagliate. No, io non vivo piu’ negli Stati Uniti: questa volta tocca alla Svezia. Per quanto riguarda i manualida adottare, avete preso in considerazione altre possibilita’ per il futuro? Che ne pensi di “Contatto” della Loescher? O di “Universitalia” di Alma edizioni?

  14. Ciao Adalberto, non ci sentiamo da tempo, come stai?

    Dunque. Ci sono delle novita’ nel senso che alla fine i tagli sono consistiti nell’eliminare una “section”, cioe’ una classe del gruppo intermedio e nell’assegnare un corso specialistico, ad un insegnante part-time (i part-time normalmente non insegnano corsi specialistici, almeno per l’italiano).
    Le classi comunque rischiano di essere di 30 persone. 25 il limite massimo (da 20 che era; limite che peraltro si raggiunge facilmente) con la possibilita’ di dare 5 “override” (permessi di iscriversi al corso dopo il raggiungimento della quota massima), a discrezione dell’insegnante.

    La sperimentazione di Italian Espresso 1 ha dato grossi risultati positivi, almeno nel livello 101-102, durnate i corsi intensivi estivi. Italian Espresso 2 invece e’ troppo complesso e gia’ durante i corsi estivi ci si e’ accorti che il manuale avrebbe dato tante gatte da pelare. C’e’ un salto qualitativo enorme, un volo pindarico tra il numero 1 e 2. Questo significa una grande fatica per gli insegnanti, che si ritrovano con un manuale che nonostante gli intenti, e’ troppo complesso, e siccome gli studenti se lo portano senza troppe remore appresso, diventa un grattacapo cercare di rielaborare, adattare, semplificare, nella speranza di potergli far sfogliare il libro (un po’ come succedeva prima con i libri di testo prodotti negli States)… Il manuale del gruppo Italiaidea propone testi autentici troppo lunghi, troppo articolati, con attivita’ difficili da portare in classe. Per esempio la prima Unita’, prevede lo studio del passato prossimo ed imperfetto insieme, ma viene introdotto l’argomento con un brano letterario senza punteggiatura. E’ improponibile, tant’e’ vero che l’uso del libro a lezione l’ho rimandato per la II unita’ e cioe’ il futuro.
    Il rammarico sta nel fatto che Ital. Espre. 2 ci permetterebbe anche di rispettare il seratissimo sillabo per i livelli intermedi. Sebbene il manuale segua un metodo che condividiamo, in realta’ va un po’ troppo oltre le capacita’ dei nostri studenti.
    Ecco, c’e’ uno stacco troppo grosso tra i due manuali; anche avendo adottato It. Espr 1 nei corsi elementari, rimane traumatica l’adozione del num. 2 per i livelli intermedi.
    …………………………………………………

    La lezione da 75 minuti non fa piu’ paura e alla fine sono riuscita ad avere la meglio anche con quella da 50 minuti, terzo appuntamento settimanale per i livelli elementari. Io comunque preferirei due incontri settimanali da 1h40 minuti.

    Senti un po’, ma tu stai sempre negli States? Ti vorrei scrivere privatamente.
    Posso, vero?
    🙂

    A presto

    ll*

  15. Caspita, con quanti studenti potreste ritrovarvi in classe? Saltando invece di palo in frasca, sarei curioso di sapere com’e’ andata a finire la sperimentazione dei nuovi materiali didattici (Espresso nella fattispecie) nel vostro dipartimento (ne parlasti a primavera): a che punto siete? E ti sei abituata alle lezioni da 75 minuti?

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