Machiavellica.

Capita a volte che gli studenti non siano contenti del corso e quindi recalcitrano nel seguire le istruzioni. I motivi possono essere moltissimi, a volte anche esulanti la nostra capacità di intervento come insegnanti. Che fare?


Scrivo qui alcune mie riflessioni su questa situazione. Di ordine generalissimo e ampio, perché entrare in tutti i singoli casi, o anche solo in tutte le possibili categorie di casi, sarebbe troppo per me.

Io parto da una considerazione breve che con grande semplicità mi insegnò (e qui il verbo va proprio inteso secondo l’etimo latino di mettere un segno dentro all’altro) la mia mentor quando avevo i bambinacci delle medie: “Tu sei il professore e il tuo lavoro è dare istruzioni, loro sono gli studenti e il loro lavoro è seguire le istruzioni. Punto.”. Trasparente. Ho avuto qualche tempo fa una laureanda in classe, per una mezzoretta gliel’ho ceduta. Questo è un gruppo che va praticamente da solo, superrodato. Ebbene: tono di voce insicuro, istruzioni date confusamente, necessità di ripetersi, ecc. Dopo trenta minuti erano tutti persi e, guarda un po’, tendevano a diventare riottosi.

Cosa dimostra questo (almeno a me)? Che un insegnante deve essere un leader. Un capo, e senza false pruriginosità politiche, to lead in italiano si dovrebbe tradurre con condurre ossia ducere. Se le capacità di conduzione, di guida, vacillano, sale la riottosità e il problema della scarsa soddisfazione tende inevitabilmente ad aumentare. Non sorprende di certo: chi sarebbe contento di farsi guidare da un capitano che prima dice a dritta, poi a sinistra, poi cambia idea, poi dà dei compiti irrealizzabili?

Essere un capo comporta la primaria capacità di essere riconosciuto come capo. La scena di Full Metal Jacket lo mostra: il tenente perde il controllo del plotone che viene assunto di fatto da un soldato semplice che fa di testa sua e si porta dietro gli altri. È molto diversa questa situazione da una situazione di classe? Immensamente sì, ma un insegnante dovrebbe considerarla bene. L’idea che se ne trae è che l’organizzazione in cui sei inserito (un esercito, un’università, una scuola, un’azienda) non supporta il tuo status in modo infinito, coadiuva, ma infine se ti seguono è solo perché vogliono seguirti, perché credono che li porterai alla meta.

Ma qual è la meta? È una meta condivisa?

È utile a questo proposito chiedersi se gli studenti che recalcitrano hanno un approccio che mira a far funzionare il corso. Cioè mira sinceramente a collaborare con l’insegnante affinché il corso frutti qualcosa di buono. Oppure ne hanno uno contrario. Vi sono, è inutile nasconderselo, studenti che vogliono proprio che il corso vada in vacca. Mille motivi, ma tutti comunque e sempre rimandano al fatto che questi studenti hanno un problema con il funzionamento del gioco di classe: uno dà istruzioni, gli altri seguono istruzioni. In questo caso secondo me valgono due scenari. L’istituzione crede, NEI FATTI, al principio secondo cui la classe dovrebbe funzionare. Nei fatti significa con sanzioni in itinere, appena una trasgressione alla regola si verifica. In questo caso c’è spazio per operare, per trovare una via in modo che il corso finisca per essere un’esperienza positiva per tutti, insegnante e studenti. Oppure, l’istituzione ha le brache calate di fronte al fatto che gli studenti pagano. In quest’ultimo caso per qualsiasi insegnante è stupido farsi il sangue amaro per un corso che non funziona secondo sani principi di glottodidattica. Tutto diventa farsa in cui ci si contorce in mille inchini e facce buffe ma che alla fine è riassumibile in: tu non rompermi troppo, io ti faccio passare l’esame, alla fine scrivi un rapporto positivo e così siamo tutti contenti. Imparare è un prodotto eventuale, forse capita, forse no. Ma in fondo, chi se ne importa? Chi entra in conflitto con quest’ultimo tipo di studenti è destinato alla disoccupazione e a far perdere soldi all’organizzazione per cui lavora. Perché? A chi giova? Meglio allora rinunciare subito all’incarico.

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