Parole, parole, parole…

Caramelle non ne voglio più
Le rose e i violini
Questa sera raccontali a un’altra
Violini e rose li posso sentire

Questo articolo è un peccato di curiosità sulla lingua che parliamo e insegniamo, ma non so dove ci porterà.

Quando la cosa mi va, se mi va
Quando è il momento

La protagonista della famosa canzone di Mina appare un po’ stizzita e stufa, diversamente da come, secondo me, si sente la girlfriend a cui Rosangela dedica un blog http://italianformygirlfriend.tumblr.com/: un romantico vocabolario illustrato della lingua italiana, un vero atto d’amore.

E dopo si vedrà

E anche se non ci sono parole italiane tra le 15 parole d’amore intraducibili (sito in spagnolo), in quest’altra lista affine ne abbiamo ben due tra le 30: culaccino (occhio, non è una parola volgare!) e gattara. E se non è amore quello delle gattare, quale forma lo è?

Senza troppi sforzi -e senza nemmeno accorgermene- avevo accumulato tanti link sull’argomento. Tuttavia non ero sicura di poterci scrivere un articolo: sono qui per ricredermi. Diamo inizio alle danze!

Su Il Libraio.it, che non è proprio un sito qualunque, Giuseppe Antonelli (1), che non è proprio uno sprovveduto, ci illustra il termine e-italiano: la lingua italiana dell’etere che scriviamo tutti i giorni e abbiamo contribuito a creare. Questo neologismo è stato presentato in occasione di una giornata di studio all’Università di Salerno -nel 2015- e a cui è seguito il volume L’e-taliano. Scriventi e scritture nell’era digitale.

L’e-taliano, infatti, è una varietà diversa dall’italiano scritto tradizionalmente inteso. Una varietà diamesica, senz’altro (un «italiano trasmesso dell’uso scritto», come è stato definito); che però può essere considerata anche diafasica o diastratica, a seconda di quanto sia ampio (verso l’alto) il repertorio di chi la usa. Per le persone cólte rappresenta solo una scelta stilistica, uno dei tanti registri possibili: l’evoluzione di quell’«italiano dell’uso medio» descritto da Francesco Sabatini (l’e-taliano come italiano dell’uso immediato). Ma per tutti quelli che scrivono soltanto in queste occasioni potrebbe finire col diventare l’unico modo di scrivere: l’unica scelta possibile, ghettizzante e socialmente deficitaria. L’e-taliano, in questo caso, come italiano neopopolare: mutazione tecnologica di quell’italiano popolare usato per secoli da chi, sapendo a malapena tenere la penna in mano, doveva cimentarsi con la scrittura”.

Per quanto riguarda l’e-taliano c’è da registrare una nuova tendenza che mi preoccupa non poco. Chi mi conosce, infatti, sa bene che non tollero chi usa gli accenti sbagliati: chi scrive pò con l’accento, e da (verbo) senza! Per questo motivo avverto una sorta di inquietudine quando su un testo che tratta di questo argomento leggo piú e non più (ma cosa sta succedendo ai monosillabi in -ù?).

Sto parlando del saggio L’italiano che resta, di Gian Luigi Beccaria. Il Libraio permette la lettura parziale di un capitolo, in cui si tratta non solo della presenza o assenza degli accenti, ma anche della loro posizione nelle parole e di quanto poi una pronuncia errata,  abbia avuto la meglio sulla correttezza (la vittoria dell’uso sulla correttezza). È davvero un viaggio avvincente nei meandri della nostra lingua e nei suoi perché.

A prescindere, molto umilmente consiglio a questi novelli linguisti, che contribuiscono quotidianamente a far crescere questa nuova e-lingua, alcuni link tramite i quali far accrescere in modo sensato il proprio repertorio. Pronti? Via!

Sebbene questa lista di parole di Wired Le dieci parole da conoscere meglio possa sembrare banale, in realtà ci ricorda che ogni parola può essere interpretata in modo fuorviante, a causa di un abuso intenzionale o di una mancanza di conoscenza legislativa (addirittura); così è per le prime due: clandestino, che erroneamente è esteso a tutti i migranti, anche quelli non ancora approdati in Italia o cittadinanza, che si acquista e non si acquisisce, spaziando per endorsement, grooming, femminicidio e leniterapia.

Affianco a queste nuove parole da non ignorare, Babbel ci rammenta che vale la pena rispolverare alcune parole cadute in disuso, Bellissime parole italiane dimenticate:

Orsù, non siate gaglioffi e non fatemi apparire smargiassa con questa ramanzina bislacca che ambisce ad essere forbita: è lapalissiano e non pleonastico! e non fate i cogitabondi o questo mio sembrerà un grancinporro!

Alle parole cadute nel dimenticatoio sono dedicate tante iniziative tra cui quelle di renderle consultabili in ordine alfabetico. Il blog non è più aggiornato, ma il lemmario è ancora disponibile.

Quante tra le parole di 10 lettere sono nel 2016 inusuali? Molte. Tante anche tra quelle di 11 o 12 lettere consultabili su dizy.com.

Per i più appassionati ricordiamo che online ci sono risorse insperate come i rimari come rimador.net (in numerose lingue) o cercarime.it (solo per l’italiano).

Purtroppo non funzionano più, ma in passato avreste potuto consultare un validissimo vocabolario inverso e un vocabolario dei suffissi, tutti raccolti i in questo sito di cui è rimasta solo la facciata.

Tutti questi link sono importanti, perché, come ben dimostrano le pubblicità della Treccani, tendiamo a utilizzare sempre le stesse parole banalizzando la nostra lingua a costo di sembrare degli alieni quando, con naturalezza e nel giusto contesto, usiamo parole non più comuni, ma appropriate.
Queste pubblicità, che stanno circolando in tutti i canali tv, sono utilissime a lezione. La più nota è quella che ci fa riflettere sull’uso indiscriminato dell’aggettivo “carino” e finisce con un profluvio coinvolgente di alternative note, semplicemente meno usate.
Le altre pubblicità presentano vari contesti:

  • un colloquio di lavoro in cui il protagonista all’inizio è un bambino che cresce durante il colloquio e che dimostra una conoscenza esaustiva e costante della lingua italiana;
  • la riunione di lavoro in cui un pagliaccio che usa parole arcane, mano mano che parla sfoggiando la propria lingua, perde il trucco e assume sembianze umane. Molto intelligente.

La campagna della Treccani, inoltre, rispolvera poemi di cui tutti riconosciamo i versi e li immerge nella modernità in un contesto insolito, ma efficace, come con L’infinito di Leopardi, che aiuta una coppia a rinsaldare il proprio legame.

Ma le possibilità che abbiamo di approfondire e ampliare il nostro vocabolario sono numerose. Alla radio, per esempio, potreste dilettarvi ascoltando La lingua batte, programma di RadioRai 3 (domenica alle 10:45) che ha nel cast l’autore del primo articolo di questo articolo-raccolta, che vanta sia un sito che un animatissimo gruppo su Fb.

Un’altra rubrica che vi suggerisco di tenere sott’occhio è Contromano di Diego Marani (di cui ho già parlato qui) su Eunews.it, che affronta temi sempre legati all’Italia e al significato e sfaccettature dell’italianità, in modo profondo e insolito rispetto alle voci che tuonano nei media. Come per esempio in Italiani veri in cui tocca un tema scottante in epoca di migrazioni: essere italiano (o napoletano o siciliano) all’estero (in particolar modo nel 2016 in Inghilterra).

Facebook si rivela una risorsa con delle pagine aggiornate regolarmente (anche se a intervalli variabili):

Una parola al giorno (Fb), è anche un sito che in modo approfondito, ma non pedante, ci riporta alla memoria parole dal sapore vetusto, inserendole in un contesto nutrito di occorrenze e significati.

Una parola desueta al giorno, invece, è una comunità nata su Fb (presente anche su twitter), da cui ha ereditato la multimedialità e che cerca di risollevare le sorti di parole oramai dimenticate in modo creativo e accattivante.

Ho lasciato intenzionalmente per ultimo un articolo pubblicato recentemente su Internazionale, che per la prima volta ha affrontato le parole dal punto di vista della violenza: Le parole per ferire di Tullio De Mauro. Allacciate le cinture di sicurezza, poiché inizia un percorso scosceso e irto di insidie all’interno della lingua italiana. L’articolo, praticamente un saggio, ci illustra le parole per ferire attraverso una carrellata di esempi su cui non avevo mai riflettuto. Trovano spazio stereotipi o termini offensivi che abbracciano varie categorie di vocaboli:

Non ci sono solo stereotipi a far da punto di partenza per parole che esprimano odio e disprezzo e servano a denigrare e insultare. Diversità, difetti, mancanze rispetto a quel che appare normale, in particolare le diversità di abilità, sono individuate da parole che, anche se in origine neutre e tecniche, sono spesso avvertite come ingiuriose e usate stereotipicamente come tali.

Ve ne consiglio vivamente la lettura.

 

P.s. Per i nostalgici delle parole dimenticate, consiglio tre letture:

  1. Le parole disabitate, Il Novecento. Raffaella De Santis, Aragno (2001, ultima edizione 2011);
  2. Guido Ceronetti con Ragazzi accumulate parole (Un modello per misurare l’impoverimento lessicale) è tra i primi (che ho rintracciato) che si preoccupa delle parole abbandonate con un articolo su Lastampa.it;
  3. Una prima raccolta di parole abbandonate -del repertorio dialettale emiliano- è quella di Luigi Malerba, Le parole abbandonate.

Note:

(1)  Di Giuseppe Antonelli vi consiglio questo libro, che non ho terminato, ma che era, comunque, interessante: Comunque anche Leopardi diveva le parolacce. L’italiano come non ve l’hanno mai raccontato. 

 

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