Insegnare l’italiano a stranieri (2)

Riapro il blog con una nota secca. Un post che voglio il più conciso e spoglio possibile.

Fra le parole di ricerca con cui più di frequente i nostri lettori arrivano al blog c’è “come faccio ad insegnare italiano agli stranieri” e le sue molte varianti.

Ebbene, sia detto forte e chiaro: il lavoro non c’è e quello che c’è è malpagato (anche 8 euro l’ora) e ineluttabilmente precario.

Molte istituzioni (università, scuole più o meno serie, ecc.) in questi ultimi dieci anni hanno venduto corsi, master, specializzazioni di vario tipo. Se avessero correlato la loro offerta alla effettiva richiesta di insegnanti in Italia e all’estero, molti di questi percorsi di formazione non sarebbero nati neanche in idea. Il risultato è che oggi per concorrere a posti da 10 euro l’ora o poco più ci sono persone con specializzazioni, articoli pubblicati, dottorati. Non scherzo e non esagero, le conosco personalmente.

Anche l’emigrazione, da molti vista come il bengodi (senza contare i sacrifici che invece sempre comporta) non può essere realisticamente considerata per trovare un lavoro adeguato e stabile. Solo pochissimi, preparatissimi, con ferrea grinta sono riusciti ad avere contratti e visti permanenti in paesi stranieri, spesso oltre i quaranta anni e in posti disagiati dove i locali non vogliono andare. Inoltre, quasi sempre ormai le università straniere richiedono un dottorato in una materia ‘forte’ (linguistica, storia del teatro, storia del cinema italiano, storia della letteratura, ecc.) e la comprovata capacità di fare ricerca in quell’ambito. Ciò vuol dire che anche fuori confine l’insegnamento linguistico viene considerato come una materia ‘accessoria’.

In Italia non esiste una classe di concorso per l’insegnamento di italiano agli stranieri nel settore pubblico. E comunque quando e se esisterà sarà probabilmente saturata immediatamente dai precari della scuola ordinaria spalleggiati dai sindacati confederali.

Spero il messaggio sia chiaro per tutti coloro che sono arrivati al nostro blog mettendo in Google “come faccio ad insegnare italiano agli stranieri”.

Autore articolo: Ciro

30 pensieri su “Insegnare l’italiano a stranieri (2)

  1. Io sono un’insegnante di italiano, a chi mi chiede come fare per insegnare italiano a stranieri, dico di prendere una laurea in lettere, non dimenticando di includere nel proprio piano di studio gli esami abilitanti. Poi per insegnare in Italia, fare domanda per la classe di concorso A043 e/o inviare il prorpio curriculum direttamente ai presidi. Per insegnare all’estero invece, inviare il proprpio curriculum a tutte le scuole italiane all’estero: pubbliche e private. Non è il bengodi ma non fai la fame in entrambi i casi, e il lavoro dà molte gratificazioni.
    Invece per fare i soldi, dopo lunga riflessione, ho capito che bisogna studiare per diventare podologo! pare strano ma non se ne trovano in giro! In alternativa vedo bene anche i dietologi e gli igienisti dentali (con e senza decolté)
    Chi la dura la vince!
    Valeria

  2. Al contrario di te Valeria, io in coscienza non me la sentirei di consigliare a nessun giovane di investire anche solo un giorno del suo tempo per diventare insegnante di italiano. Tu dici: “Non e’ il bengodi ma non e’ la fame”. In merito riporto un’esperienza personale perche’ credo sia esemplificativa di un andazzo generale ormai ben consolidato. Quando tre anni fa sono rientrato in Europa raggiungendo Berlino ho mandato il mio CV (che, dettro fra parentesi, non e’ proprio malaccio) a tutte, ripeto “tutte”, le istituzioni che fanno anche solo un corsetto di lingua italiana e…infine un direttore di VHS, dopo l’ennesima mia telefonata mosso quasi a pieta’ mi ha detto: “Senta, l’italiano e’ la lingua che ha il piu’ alto dislivello fra i CV inviati e le richieste di corsi. Ogni settimana mi arrivano almeno 10 CV di italiani con specializzazioni, master, esami, corsi professionali per insegnare italiano agli stranieri. Non so cosa farci con tutti questi CV.”. Berlino e’ piena di glottodidatti col bollino blu che servono pizze e lavano piatti e un paio di volte a settimana si fanno due orette qui o li’ di lezione (a 10 euro l’ora). Certo, e’ossibile che io sia stato sfortunato. Londra? Parigi? Madrid? Vienna? Mosca? Firenze? Milano? Roma? Sono realta’ differenti? Forse, ma non credo. Credo piuttosto che, come ho gia’ detto, il lavoro non c’e’.

  3. UN ALTRO ESEMPIO REPERITO DA UN POST DI FACEBOOK:

    Stefano Coletta
    Tenete d’occhio i siti dei CTP dove risiedete, di solito fanno dei bandi con i quali cercano personale esterno.
    Mi piace · · Segui post · 11 ore fa

    A 2 persone piace questo elemento..

    Zagato Moreno chiedo scusa….CTP alias?
    9 ore fa · Mi piace.

    Madda Carnaghi centro territoriale permanente
    7 ore fa · Mi piace.

    Angela Bozano a me hanno detto che non prendono insegnanti esterni e le ore vengono date a coloro che sono iscritti nelle graduatorie ad esaurimento o ad insegnanti interni per aggiungere qualche ora in piu’.
    circa un’ora fa · Mi piace · 1 persona.

    Federica Martino anche io ho provato più di una volta e la risposta è stata sempre la stessa: “Prendiamo gli insegnanti della scuola”
    42 minuti fa · Mi piace.

    ..
    .

  4. Ciao a tutti!

    Leggendo questo blog sono calata in una profonda depressione….

    Sono laureata magistrale in lingue moderne (tedesco / inglese – 110/110 e lode), e ora, dopo aver costatato che la carriera da segretaria non fa per me, mi sto iscrivendo ad un master di 2^ liv. in didattica dell’italiano come L2 a Padova. Sto cercando anche qualche occasione per insegnare nei CTP. Qualcosa ho trovato, ma tutto a titolo esclusivamente gratuito, e sapendo che comunque poi per ottenere l’insegnamento dovrei essere iscritta alle graduatorie – ma non avendo una laurea in italianistica non ne ho i requisiti…..

    Spero di fuggire in Germania appena finito il master. Ma da quel che mi dite pure lì la situazione non è migliore. Forse nelle zone di provincia qualcosa si trova ancora…. Pare inoltre che nelle scuole dell’obbligo non accettino insegnanti che non abbiano lauree in italianistica o addirittura lauree tedesche per l’insegnamento (Lehramt). Mentre per essere lettori all’università pare richiedano addirittura un dottorato…..

    Sono sconsolatissima….. Mi conviene tornare in ufficio e dedicarmi a una carriera di Europasekretaerin?

    Aspetto le vostre esperienze!

    Grazie,

    Elena*

  5. Cara Elena,
    mi spiace ma la situazione è abbastanza nera….
    La Germania però (in attesa che l’Italia diventi un Paese evoluto) non è una cattiva idea. Il mio consiglio è quello di contattare anche le scuole private e le VHS, ma al sud: Monaco in primis, dove l’italiano (ancora) viene studiato.

  6. Elena, se vuoi insegnare, informati su come ottenere un’abilitazione all’insegnamento pubblico in Germania/CH/UK/Irlanda. Se ti valutano la laurea italiana, te ne vai li’ e ti fai due annetti di studio e poi diventi un dipendente pubblico in quei sistemi. Oggi come oggi e’ l’unico modo per immaginare di avere uno stipendio regolare come insegnante di italiano L2. Considera pero’ che questo in pratica significa l’emigrazione definitiva. Inoltre, informati molto bene su che cosa in realta’ e’ il lavoro: insegnare in una scuola media a bambinacci che hanno a casa un papa’ che gli dice che l’Italia e’ un paese di finocchi, mafiosi e mignotte non e’ come insegnare in una scuola privata ad adulti che sono venuti in italia in vacanza perche’ amano l’italia o ad immigrati che sono qui perche’ sperano in una vita migliore.

    Comunque: la valutazione dei titoli in Germania dipende dai Laender. Ti dico due esperienze (Land Berlino) che mi hanno raccontato persone degne di fiducia:

    1- Amica che aveva l’abilitazione italiana per l’insegnamento di tedesco e il Master Itals. Il Master Itals gliel’hanno valutato come un buonissimo involucro per incartare il pesce. L’abilitazione dello stato italiano, dopo diverse pratiche burokratiken e vai di qui, vai di li’ e’ riuscita a farsela accettare come abilitazione all’insegnamento buona per le scuole elementari. Ha insegnato un anno, le e’ venuto l’esaurimento nervoso. E’ stata a casa un altro anno a Lexotan (il marito porta a casa la pagnotta) e poi, part time, ha ricominciato.

    2- Un amico con abilitazione australiana all’insegnamento secondario. Il Senat (si chiama cosi’ l’organo che valuta i titoli esteri) gli ha detto che doveva reiscriversi all’universita’ e farsi altri due anni di esamini per integrare + un anno di Refendariat (un tirocinio) e poi sarebbe stato abilitato.

    Considera comunque che per lavorare nel settore pubblico germanico devi passare un esame di competenza linguistica molto alto, il piu’ alto. Non mi ricordo come si chiama, ma praticamente parli come loro.

    Per UK, IRE e Svizzera non so. Se qualcuno sa, scriva. Pero’ solo se ha notizie con un certo grado di affidabilita’. I “mi ha detto mio cugino” prego, no.

  7. Insegno da dodici anni e purtroppo devo confermare il quadro desolante e nero. Sono pagato 8,50 l’ora, con contratto precario senza ferie e senza malattia, costretto a sperare che la scuola non faccia troppi ponti, sennò incamero meno soldi a fine mese. Ho le specializzazione in didattica L2 (sconsiglio di fare affidamento solo a Lettere, perché come sappiamo non basta saper parlare bene l’italiano e conoscere la letteratura per saperlo insegnare, e conosco troppi laureati in Lettere che insegnano male). Ho il dottorato in altra disciplina, sperando che si aprano carriere diverse, sicuramente non insegnerò per tutta la vita italiano L2 anche se adoro la professione. La precarietà e le ristrettezze mi hanno impedito ancora di prendere casa e di fare una famiglia. Ogni volta che chiedo un aumento di stipendio, il direttore mi dice che se non mi va bene posso andarmene, tanto è pieno di neolaureati senza esperienza che accetterebbero di insegnare al mio posto anche per la metà della retribuzione (e al diavolo tutta la mia esperienza e professionalità). Purtroppo è tardi per cambiare percorso, ma se tornassi indietro sceglierei un’altra strada.

  8. La lettura del post di Ciro, e dei relativi commenti, viene casualmente a coincidere con una di quelle giornate buie che spesso hanno quelli che, come noi, hanno l’entusiasmo e la sconsideratezza di avventurarsi in questa professione “fantasma”.
    Ho insegnato e insegno esclusivamente italiano L2, in scuole private e in ambito universitario, lavorando con i più disparati profili di studenti (Erasmus, Marco Polo, dottorandi, seminaristi pontifici, professori gesuiti…). Quello che poi si può dire del mio curriculum sul piano formativo è che quello che ho guadagnato lavorando basta a malapena a coprire quello che ho speso in studi per conseguire titoli specifici post lauream (nell’ordine: prima formazione con tirocinio monitorato, certificazione Ditals II livello, Perfezionamento annuale Ditals, Scuola di Specializzazione in Didattica dell’Italiano come Lingua Straniera, escludendo i vari brevi corsi di aggiornamento e giornate formative).
    Ho 30 anni (più o meno interamente investiti su quest’unico obiettivo), un curriculum abbastanza dignitoso che potrebbe tutto sommato passare a “molto dignitoso” se considerato rispetto al parametro dell’età, una discreta collezione di contratti di collaborazione a progetto e prestazione occasionale, nessuna prospettiva professionale certa, cui si è recentemente aggiunta la relativa precarietà abitativa, e un paio di nervi a pezzi.
    Quando ho iniziato a percepire che la mia passione, la mia serietà, le mie competenze, la mia professionalità e il mio impegno non pagavano l’affitto (a Roma, leggi “esorbitante”), mi è sembrato che la vita si stesse restringendo a imbuto. Inaccettabile l’idea di dover cambiare completamente rotta, dopo tanto carburante investito. Che fare?
    A mio parere, il problema, da molti percepito esclusivamente in termini politico-governativi, è piuttosto di carattere sociale e culturale, ragione per la quale mi pare più difficilmente sanabile sul piano pratico e attuativo: ciò che manca in Italia – e, dopo la lettura del post di Ciro, dovrei forse aggiungere anche in altri Paesi? Peccato, m’era restata qualche speranza – è il riconoscimento della professionalità del docente di italiano come lingua straniera. Malgrado l’esistenza di Master e Scuole di Specializzazioni, c’è ancora chi ritiene che per insegnare una lingua straniera sia più che sufficiente esserne un (buon) parlante nativo, eventualmente con una laurea, sì, ma una qualunque va bene. Ciò denuncia un tipo di mentalità che non attribuisce al mestiere nessun particolare requisito tecnico. Eppure nessuno – spero – si sognerebbe di farsi cavare un dente da un dentista improvvisato. Il fatto è che di dentisti si ha bisogno, di insegnanti di lingua si può fare a meno. Dunque, se il nostro desiderio era quello di avere una vita tranquilla e agiata, abbiamo sbagliato noi. Abbiamo sbagliato anche se il nostro desiderio era quello, pù modesto, di poter pagare un affitto e vivere una vita semplice, perché in effetti anche questo appare una possibilità intermittente.
    La nostra principale debolezza sta in quello che noi, erroneamente, consideriamo forse il nostro principale punto di forza, e cioè la nostra dedizione. La nostra dedizione è quella che ci fa correre da una parte all’altra della città durante il giorno (perché, naturalmente, insegniamo in più posti contemporaneamente), talvolta con il registratore in mano per fare le attività di ascolto (perché, spesso, le strutture in cui lavoriamo non sono adeguatamente attrezzate), talvolta facendo fotocopie a nostre spese lungo la strada (“perché l’università ha qualche problema con i fondi, ma non vi preoccupate, conservate gli scontrini e vediamo quello che possiamo rimborsare”). La nostra dedizione ci porta ad accettare qualunque condizione di lavoro, come nel caso di DocentePrecario, professionista con esperienza più che decennale pagato 8.50 euro l’ora, o come nel caso di molti colleghi che conosco personalmente, disposti eventualmente anche a lavorare gratis – ossimoro che siamo noi ad accettare-, perché amano l’insegnamento e/o “perché fa comunque curriculum”.

    Mi direte che sono troppo giovane per lamentarmi e che è troppo presto per pretendere di più. Vi dirò che il tallone d’Achille del nostro Paese è esattamente questa vecchia storia della gavetta, rielaborata e manipolata fino a escludere la possibilità che un giovane trentenne sia già un professionista serio, valido e motivato, da rispettare e da continuare a motivare. Dunque avanti tutta con contrattini di cinque settimane, malattie non pagate e ferie corrispondenti piuttosto ai periodi di interruzione forzata, finché i più resistenti resteranno a galla e ce la faranno, curando l’ulcera nel poco tempo libero, e i meno resistenti opteranno per quelle pizze da servire a Berlino. Ma, in questo secondo caso, per me e i colleghi romani sarà sufficiente restare a Roma.

  9. Cara Annalisala,

    per prima cosa lascia che ti comunichiamo tutta la nostra compassione per la tua situazione: purtroppo la conosciamo bene sia per esperienza diretta che indiretta. Il tuo sfogo è ben comprensibile e ti ringraziamo per aver voluto postarlo sul nostro blog.

    Detto questo passo al merito delle tue osservazioni sulla professione.

    Se ho capito bene tu vorresti che ci sia un riconoscimento della professionalità di chi insegna lingua straniera che valorizzi l’esperienza e la sapienza pedagogica oltre che la semplice conoscenza linguistica da madrelingua colto. Allo stesso tempo non credi che sia centrale un riconoscimento dall’ambito legistlativo.

    Purtroppo Annalisala credo che se tale riconoscimento non verrà in ambito legislativo non verrà mai. L’autorità pubblica fissa dei limiti e dei livelli di qualità quando ritiene che essi siano necessari per tutelare i cittadini o i consumatori. Io a differenza di te credo che ci sarebbero molte persone che si farebbero curare un dente da un odontoiatra pur di spendere meno che da un dentista. Se questo non configurasse un reato, sarebbero pochi a farsi scrupoli e non mancherebbe chi correrebbe il rischio di morire per un’anestesia fatta male.

    La questione quindi è se dal punto di vista dell’autorità pubblica, ossia del bene comune (almeno così dovrebbe essere) il riconoscimento della qualità pedagogica nell’ambito dell’insegnamento della lingua italiana a stranieri porterebbe più vantaggi al consumatore/cittadino o più svantaggi.

    Per inquadrare bene la questione penso che bisogni per prima cosa evitare di esagerare circa l’importanza di tale sapienza pedagogica. Se io vado in classe e faccio una brutta lezione gli studenti si annoieranno, qualcuno non verrà più in Italia e si metterà a studiare spagnolo invece dell’italiano, tuttavia la gravità dell’errore e quindi del rischio non può neanche lontanamente essere paragonata a quella determinata da un infermiere incompetente in una corsia d’ospedale. D’altra parte ritengo che, vista la strategicità in termini di immagine internazionale e ricadute sul turismo, la nostra professionalita’ sia più ‘importante’ (mille volte fra apici) di quella un’istruttore di ginnastica aerobica o di un allenatore di basket di una squadra di oratorio. La questione sale invece di livello se si considera l’istruzione degli immigrati. Gli immigrati in quanto residenti in Italia debbono essere messi in grado di partecipare attivamente e pienamente alla vita sociale. Il danno e il rischio di una cattiva professionalità si fanno qui più grandi, perché le ricadute negative sono maggiori per tutta la comunità.

    Se questo è il quadro, io credo che lo spazio per un riconoscimento legislativo e ufficiale ci sia. Dipende certo dalle sensibilità e priorità politiche di chi ci amministra. Ma dipende anche da noi cercare di portare sotto gli occhi dei governanti la situazione sensibilizzandoli ai vantaggi che la collettività ne ricaverebbe. Senza essere ingenui, e cioè senza dimenticare che dietro un eventuale riconoscimento di professionalità ci sono degli interessi contrapposti. Ma secondo me la precondizione principale per vedersi riconosciuto qualcosa è essere in grado di dimostrare che ciò è giusto ma soprattutto utile.

    Tu dici che il nostro punto debole è la nostra dedizione. Sono in prima istanza d’accordo, tuttavia vorrei fare un ulteriore passo in profondità nell’analisi. La dedizione o il puntare come tu e molti altri di noi hanno fatto sulla qualità della propria preparazione sono cose di per sé belle, ma cominciano a diventare negative se tentano di rimpiazzare la capacità di organizzarsi come categoria e di agire collettivamente. La nostra generazione (io ho 40 anni) è quella che si è lasciata infinocchiare più di brutto dal martellamento ideologico sulla competizione, sul libero mercato, sull’iniziativa, il coraggio, lo spirito d’iniziativa, il merito dei singoli. Tutte cose in linea astratta e teorica vere, ma che poi vanno calate nei più viscosi gangli del reale mercato del lavoro. Molti di noi stanno amaramente scoprendo sulla loro pelle che i sistemi sono sempre più forti della buona volonta’ degli individui.

    Assumendo questo punto di vista piu’ generalae allora ci si rende conto facilmente che se si vuole qualcosa bisogna essere almeno in grado di chiederla. E noi oggi non siamo in grado di articolare nessuna richiesta sul piano pubblico, se non, forse, attraverso qualche padrinaggio accademico che ovviamente (e giustamente starei, quasi, per dire) fa prima di tutto gli affari suoi. E veniamo quindi all’aspetto operativo.

    È inutile nascondersi che organizzarsi è molto difficile perché richiederebbe lavoro dedicato, lavoro gratuito, che ruberebbe del tempo a chi ne ha già poco da offrire a famiglia, interessi e pure a quel po’ di svago che è necessario per ricaricare le batterie. Noi non siamo l’ASILS che può permettersi di pagare un ufficio e dei dipendenti che curano le azioni necessarie ad intervenire al livello pubblico (sarebbe in proposito interessante verificare se i dipendenti operativi dell’Associazione abbiano un contratto a tempo indeterminato o no). Non siamo tantomeno i sindacati confederali degli insegnanti che possono permettersi di contrattare con il MAE i requisiti per accedere ai lettorati nelle università straniere. Però io credo che stia qui la chiave di volta, nella nostra capacità di organizzarci, non tanto in una eccessiva dedizione. Se non ci organizzeremo credo purtroppo che infine se pure qualche tipo di certificazione verrà creata ci passeranno sopra ignorandoci completamente. E chi vorrà continuare ad insegnare nel nuovo quadro non potrà fare nient’altro che chinare la testa e prendere l’ennesima certificazione.

    Circa l’ultimo punto che menzioni, la ‘truffa’ della gavetta la penso proprio come te. Ci sono paesi al mondo dove all’età mia le persone si aspettano di diventare nonni dopo qualche anno. E credo che sia giusto così, perché i figli vanno fatti fra i 20 e i 30 e non fra i 30 e i 40. Ciò significa che bisogna anche essere in grado di avere un lavoro minimamente stabile.

    Come vedi cara Annalisala quasi in niente sono d’accordo con te. In genere non sopporto molto le lamentazioni e i piagnisdei degli insegnanti: categoria composta di gente sempre pronta ad accapigliarsi per ore su questioni di lana caprina come cosa sia giusto o non giusto fare per abbassare il filtro affettivo dello “studente poverino com’è timido”; e a lamentarsi per secoli sull’ingiustizia della casta che non ci riconosce. Ma al contempo sempre lesta nel portare la crostata alla marmellata fatta da nonna al direttore didattico di turno. Tuttavia ho la presunzione di saper riconoscere al volo gli odori di queste minestrine riscaldate. Il tuo post invece mi sembra schietto e sincero. Ti invito quindi a contattarci in privato se vuoi collaborare ad articoli che vorremmo preparare per il futuro. Articoli che in primo luogo si occuperanno di raccogliere informazioni su quale sia la situazione legislativa degli insegnanti di lingua straniera all’estero confrontata con quella in Italia.

    Saluti. :)

  10. Sono un laureato in lettere con master in didattica di L2 e attualmente dottorando (all’estero) con molteplici esperienze all’estero come insegnante ed assistente linguistico.
    Ho 27 anni e sono proprio stanco di sentire le persone che vogliono insegnare lamentarsi ogni volta!
    Vi do un consiglio. Partite come volontari in paesi dove non c’è niente. Là, troverete soddisfazioni e non avrete la fobia di non arrivare a fine mese.
    La vita è questa. Con i suoi alti e bassi.
    Accettatela e cercate di essere creatori di voi stessi. Quando non c’è più nulla da fare RE-inventatevi…

  11. Grazie Andrea per il tuoi consigli di vita. Come avremmo fatto senza? Dopo il tuo scritto la lettura di Seneca e’ ormai del tutto superflua, tempo buttato.
    E soprattutto scusaci se t’abbiamo macchiato il rosa delle lenti. Ma il fusto gagliardo e solido di una ventisettennale querce sapra’ certamente sostenere i flebili colpi di ginestrucole.
    Chissa’ quante volte ti sei “RE-inventato” nella tua lunga e avventurosa esistenza?
    Anzi, mandaci i dettagli, scrivici una novella, siamo sicuri che ce l’hai nel cassetto. Si sente che in te circola lo stimolo del Nietzsche letto sull’autobus.

    P.S. Pero’ pero’, Archimede Pitagorico, quel “sono proprio stanco” tradisce adolescenziali pisciatelle in pannolino. La prossima volta sta piu’ freddo, ne va della corenza di stile.

  12. Salve a tutti ho 22 anni, sono una laureanda in lingue per le relazioni internazionali all’università Cattolica di Milano e ora sto vedendo un pò cosa fare della mia vita…Dunque io sono sempre stata fissata con l’insegnamento dell’italiano all’estero fin dalla scuola media, grazie ai racconti della mia prof di inglese a proposito di una lunga carriera a Londra ( e beata lei!!!! )
    A me piacerebbe andarmene in Australia dove avrei anche degli appoggi. Come funziona li, ci son speranze? o conviene che mi metta l’anima in pace, trovarmi qualcos’altro da fare e un altro sogno a cui puntare?
    Grazie in anticipo =)

  13. Ciao Luna. Devi avere un test di inglese di livello medio alto (credo 7 o 7,5 dell’IELTS). Poi chiedi un visto per studio, ti iscrivi ad un’universita’ locale e ti fai un Diploma in Secondary Education che ti permette di fare domanda come insegnante (un anno full time – considera che se decidi per qualsiasi motivo di tornare in Italia questo diploma non ha nessun valore legale). Ottenuto il Diploma puoi lavorare come insegnante, ma per lavorare hai bisogno del visto di lavoro, quindi di uno sponsor: o ti fai sponsorizzare da parenti o per altre vie in base alle tue conoscenze personali, e a quel punto ti metti sul mercato del lavoro alla pari con i locali che hanno un visto di residenza permanente oppure devi trovare una scuola che ti sponsorizza. Considera che in quest’ultimo caso lavorerai in posti dove nessun australiano con il visto di residenza permanente vuole andare, perche’ quello e’ un paese serio e controlla le frontiere. Quindi prima pensa ai suoi cittadini, magari finanziandogli nuovi studi e solo dopo, nel caso proprio non trovi nessuno, assume immigrati. Le ragioni del perche’ l’insegnante australiano non e’ disposto ad andare nella scuola che non riesce a trovare un insegnante di italiano e quindi sponsorizza un immigrato sono, nella maggioranza dei casi: 1) la scuola si trova nell’outback, ossia a 200, 300, 400, 500 km di distanza dalla citta’ bella e attraente che vedi in televisione; 2) la scuola e’ problematica per altre ragioni. In ogni caso, prima di emanciparti da un visto di lavoro temporaneo passano almento tre anni. Poi dopo tre anni, ti puoi muovere con un visto permanente a tuo nome e se vuoi puoi cambiare lavoro. Infine, come ultimo passo, se risiedi effettivamente nel paese per ulteriori due anni, puoi fare domanda per la cittadinanza, l’iter di valutazione della domanda richiede circa un anno. Dal momento che hai il passaporto con il canguro stampato sopra non sei piu’ soggetta al rinnovo quinquennale del visto di residenza permanente che pur chiamandosi “permanente” e’ soggetto ad essere riconvalidato ogni cinque anni, la convalida la fanno verificando se hai risieduto effettivamente nel paese per almeno un biennio. Nel momento in cui valuti queste notizie devi sapere che sono un po’ datate (circa 4 anni), ma se c’e stato qualche cambiamento sicuramente e’ andato in senso restrittivo.

  14. Ciao a tutti!
    ho 22 anni e mi sono appena laureata in Lingue e Letterature Straniere a Bologna. Ho svolto il mio terzo anno accademico in Germania, dove poi sono rimasta e dove attualmente vivo. Ora sto cercando di valutare cosa fare in futuro. Ho sempre voluto insegnare italiano come L2, perciò ho iniziato a guardare un po’ quali certificazioni mi servono e quale master poter fare (in particolare ho preso in considerazione quello offerto dall’Università di Venezia e/o Perugia). Ammetto di essermi particolarmente buttata giù di morale dopo aver letto tutte le vostre esperienze. Sono ancora in tempo per cambiare idea ed evitare il peggio.. al momento, infatti, non so se “rischiare” e seguire i progetti che finora avevo in mente, o iscrivermi ad un’altra laurea triennale in un’università tedesca o, per ultimo, cercare un Master che si rifaccia ai miei studi precedenti. Voi cosa mi consigliate??
    Grazie mille a chi mi risponderà!

  15. Ciao Laura, come immaginerai ti consiglio caldamente di abbandonare l’idea di insegnare italiano a stranieri, o almeno di investire tempo per un futuro in questa professione. Master, masterini e masteretti non servono a nulla, e’ uno spreco di soldi, tempo e sinceramente soprattutto di speranze. O meglio, servono solo a chi li vende per continuare a supportare i sempre piu’ magri esborsi del governo centrale agli atenei e per evitare che gli chiudano il dipartimento costringendo professori e amministrativi ad andarsi a cercare un altro lavoro. Siccome mi pare che ti piaccia la Germania, rimanici e programma il tuo futuro li’, e se proprio non riesci a vivere senza immaginarti come inseganante, fatti un’abilitazione tedesca. Ho amici tedeschi che intorno ai 28/29 anni lavorano con posto a tempo indeterminato in Germania.
    Tu inizi un po’ in ritardo, ma spingendo verso i 30 ci dovresti essere. Al massimo fatti qualche corsetto di italiano per stranieri per arrotondare mentre studi in Germania, per quelli basta un po’ di buon senso e legggerti attentamente le guide per gli insegnanti dei manuali. Alcune sono molto ben fatte e all’atto pratico valgono molto di piu’ di qualsiasi master/specializzazione e compagnia bella. Studiati bene la grammatica prima di entrare in classe e vedrai che farai un successone.

  16. Ciao a tutti,
    mi chiamo Valentina, 22 anni, appena laureata in lingue straniere. Ho passato il mio terzo anno di università in Spagna, perchè sono innamorata della lingua, e ora sogno l’America Latina. Ora come ora non posso permettermi di trasferirmi all’estero, e nemmeno di poter fare master, quindi optavo per una laurea magistrale di Bologna, che si chiama Lingua e cultura italiane per stranieri. Ora sto facendo la traduttrice, ho anche scritto per un giornale e lavoricchiato per una casa editrice. Diciamo che, mentre studio, vorrei fare esperienze anche in altri campi, perchè credo che, anche se vorrei insegnare italiano L2, debbo tenermi aperte diverse strade. Secondo voi in America Latina (soprattutto Argentina, Chile, Brasile)come funziona l’insegnamento?
    questo vostro articolo e i relativi commenti non mi hanno buttata giù, anzi è giusto che scriviate la realtà, di modo che ognuno sappia bene cosa lo aspetta.
    ps: che mi dite dei dottorati all’estero? un dottorato per esempio in Italian Studies può farmi fare carriera universitaria o è da evitare?
    ciaooooo Vale

  17. Ciao Valentina!

    Ti rispondo per quanto riguarda il tema relativo alla magistrale.
    Io mi sono laureata lo scorso mese all’Università di Bologna e, da quanto ho sentito, la magistrale in Lingua e Cultura Italiana per Stranieri viene sconsigliata da molti, non solo perché è una ripetizione della triennale, ma anche perché non offre grandi possibilità una volta terminata la magistrale. Poco tempo fa l’UniBo ha organizzato le giornate d’orientamento sia per le lauree triennali che per quelle magistrali, non so se ci sono ancora.. magari prova ad informarti! Altrimenti ti consiglio di scrivere a qualche studente di Lingua e Cultura Italiana per Stranieri e chiedere consigli/pareri. Non so se hai Facebook.. Nel caso puoi chiedere nel gruppo dell’Università.
    Buona fortuna :-)

  18. Grazie! io sono già iscritta da molto su facebook al gruppo di questa laurea magistrale, e ho già chiesto informazioni, ricevendo, con mia sorpresa, commenti abbastanza positivi, e qualcuno davvero rasserenante. io non ho fatto la triennale a bologna, e quindi vedo il piano di studi di questa magistrale come nuovo e originale, senza ripetizioni della triennale, e inoltre sembra lasciare allo studente libertà di scelta.
    mentre studio per perseguire un sogno (che potrebbe non realizzarsi, ma ci proviamo), mi è stato consigliato di fare dei tirocini retribuiti o comunque degli stage per accumulare esperienza, invece che perdere tempo e denaro in master inutili. che ne dite?io sono aperta a sentire più pareri.

  19. Ah bene bene, loro ne sapranno più di me. Come detto, questo era quello che avevo sentito io prima di partire per l’Erasmus (anche io ho fatto il terzo anno all’estero). Ma alcune voci non posso determinare il tutto, quindi hai fatto bene a sentire da coloro che studiano direttamente per quella magistrale!!
    Sono d’accordo per quanto riguarda i tirocini/stage.
    Io vivo in Germania e ne sto facendo uno proprio per accumulare esperienza ed essere più qualificata. Quindi sì, se fossi in te cercherei un posto in cui potersi formare, piuttosto che fare un master, che tra l’altro costa tantissimo. Io ero partita con l’idea del master, poi leggendo alcune opinioni/esperienze e sentendo anche dalle attuali referenti del mio stage, credo che non lo farò e terrò tanti soldini in tasca ;)

  20. Cara Laura,
    come funzionano gli stage all’estero? come si cerca uno stage da fare nel campo linguistico? mi daresti alcune dritte, magari in base alla tua esperienza?grazieeee

  21. Cara Valentina,

    io ho semplicemente contattato molti centri linguistici o istituti di cultura chiedendo se erano disposti a prendermi come tirocinante. Ti consiglio di farlo con largo anticipo, poiché, o almeno questa è stata la mia esperienza, ho ricevuto molti no ed altri o non hanno risposto o hanno risposto dopo molti mesi dalla mia richiesta. Una volta che ti accettano basta che mandi il tuo curriculum, le tue certificazioni, una copia del diploma ed eventualmente un attestato di laurea (se già ce l’hai).
    Comunque questa non è l’unica possibilità per cercare un tirocinio. Ci sono dei siti appositi con tutte le richieste/offerte! non so quali siano per l’ambito ispanico, ma basta cercare su Internet. Altrimenti ci sono programmi come il progetto Leonardo, Eurocultura ecc., ma di questi non so darti molte informazioni.
    Spero d’esserti stata utile :)

  22. Ciao a tutti!! Qualcuno mi può dire se in Svizzera è accettata la Ditals per insegnare italiano?
    Non riesco a trovare informazioni esaurienti.
    Grazie mille!!

  23. Ti consiglio di porre la domanda nel gruppo Facebook italiano per stranieri. Trovi il link diretto nella colonna di destra.

  24. MI sento di intervenire, magari qualcuno penserà a sproposito, ma io credo che la situazione che viene prospettata sia fondamentalmente molto personale e soggettiva. La mia esperienza è come insegnante privato, sia in Italia che in Spagna (Barcellona), dove sono andato senza conoscere nessuno e dove mi sono offerto tramite siti online (premetto che non ho nessuna qualifica istituzionale, ma una grande conoscenza della lingua, dell’inglese, francese e spagnolo e soprattutto il passaparola dei miei studenti ha fatto e fa la differenza). Quindi, in soldoni, in Spagna lavoravo per privati, scuole e ditte per 10 e 15 euro l’ora, sulle 20-30 ore settimanali. In Italia, lavoro 25 ore settimanali con scuole di lingue e privati per una media di 20 euro l’ora (netti) e direi che il lavoro c’è sempre, nel senso che c’è sempre un certo turn over di studenti. E’ vero che non avrò mai la pensione, nè ho mutua o altre indennità perchè sono un lavoratore indipendente, però io credo che molto dipenda dal dove si vive. Città come Milano, Firenze, Torino, Roma, “ricche” di immigrazione, turismo e stranieri, secondo me offrono molte opportunità e se si è bravi, alla fine, i titoli e le qualifiche a volte non offrono le stesse opportunità dell’esperienza sul campo e del passaparola. E il fatto di non avere il classico posto fisso, personalmente non mi spaventa, anzi, essere liberi di assentarsi dalle lezioni per fare un viaggio o un altro lavoro nella massima flessibilità secondo me è un grande plus. Certo, non tutti ambiscono a essere precari, lo capisco, è una questione forse caratteriale, ma chi di voi non lavorerebbe alla fine part-time per 2000 euro netti al mese, anche solo per un periodo, se non per sempre, nell’attesa di un posto fisso??

  25. Salve Eri. Per quella conoscenza dell’ambiente che ho io (insegno dal 1998, conosco almeno una quarantina di colleghi, ho esperienza diretta di diversi contesti lavorativi in Italia e all’estero) le cifre che dai tu sono del tutto irrealistiche. Per insegnare 30 ore a settimana devi stare in classe per 6 ore al giorno (esclusi i finesettimana). Il che significa che entri alle 9 ed esci alle 16. Non mi risulta di nessuna scuola, università, istituzione, che riesce a assegnare un monte ore tale anche solo per sei mesi all’anno. Non metto certo in dubbio la buona fede delle tue affermazioni, ma anche io provo la tua stessa sensazione: quella che descrivi mi sembra una situazione del tutto eccezionale.

  26. Ciao Eri, il tuo intervento è del tutto pertinente! Ma permettimi di dirti che quella che tu vedi come una scelta che ha tanti lati positivi (e li capisco eh!) purtroppo è tutto tranne che una scelta. E’ infatti solo come dici tu che può andare. Tante persone invece ambiscono a farsi una famiglia, magari ad affrancarsi dalla famiglia, aprire un mutuo per una casa o fare un figlio, e per avere un tale progetto di vita non possono (ti cito) “assentarsi dalle lezioni per fare un viaggio o un altro lavoro nella massima flessibilità” perché in quel periodo non prenderebbero ferie perché non percepirebbero stipendio.
    Insomma, se uno potesse scegliere, staremmo qui a discutere di ciò che è meglio. Ma in Italia scegliere non si può: o sei precario e per lavorare 6 ore stai fuori casa 12 ore in giro per scuole, aziende, case di privati, ecc. e quando non lavori ti fotti, oppure cerchi qualcos’altro o, meglio, cambi Paese.

  27. In effetti, mentre riportavo il mio esempio, avevo in mente uno stile di vita simile al mio senza figli o mutuo che per me è una scelta, però capisco che forse il 99% delle persone preferiscano le classiche “sicurezze” e ci sta. Però voglio insistere sul fatto, puramente matematico, che è possibile , in certe città e con un approccio diverso al lavoro che NON include i luoghi classici di studio come le scuole, avere un lavoro sicuramente precario ma redditizio, avendo voglia di rivolgersi solo ai privati. Io per esempio non ho nessun titolo accademico per insegnare perchè non ho mai reputato utile conseguire un’abilitazione, ma con le ditte che hanno impiegati stranieri, il lavoro, almeno nella mia città e in Spagna, c’è eccome. E non credo che sia stato fortunato in ben 2 casi o che io sia un genio dell’insegnamento. Forse tralasciando completamente le ricerche nei canali accademici classici e buttandomi solo nel settore privato, si sono aperte più strade e il passaparola ha fatto il resto. Quindi, in definitiva, il mio intervento era solo per far riflettere sul fatto che si possono battere altre strade che, per quanto precarie possano essere, comunque permettono di sopravvivere dignitosamente. Anche solo con 2 ore di insegnamento al giorno per 25 euro l’ora, ci si fa la giornata. Tutte le ore in più, potrebbero essere messe da parte per creare un gruzzolo da usare in tempi di vacche magre, che ci saranno senz’altro. Magari sono troppo ottimista, ma continuo a pensare che ” volere è potere” e ammetto che l’idea di andare all’estero a lavorare (che peraltro ho fatto e rifarò) per me è fonte di stimoli e non lo vedo come l’ultima spiaggia, ma devo anche ammettere che l’idea corrente di figli-mutuo-famiglia che ti tengono legato in un luogo non fa per me, quindi certo non rappresento la media nazionale.

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