Dulcis in fundo

“Dulcis in fundo”, ha mormorato qualcuno al Convegno “Un mondo di italiano” alla fine della relazione della Professoressa Ciliberti. Un intervento (dal titolo “La formazione dell’insegnante di italiano lingua non materna”) lineare, chiaro, programmatico, coerente, che ha stimolato alcune domande che puntualmente sono state poste dalla platea. Domande sul futuro stesso della nostra bella ma bistrattata professione.
Ma andiamo per ordine.
La Ciliberti ha iniziato col sottolineare come l’ambiente influisca sull’apprendimento di una lingua: in un ambiente endolingua (quello che abbiamo sempre chiamato L2) la lezione risulta complementare nell’apprendimento e prevalentemente dovrebbe occuparsi della sistematizzazione di ciò che lo studente apprende in buona parte fuori dalla classe. In ambiente endolingua il Syllabus quindi non potr non tener conto delle esperienze della vita esterna. In un ambiente esolingua (LS) invece l’apprendimento risulta avvenire principalmente dalle esperienze della classe. Anche in questo caso il Syllabus dovr tenerne conto.
Fatta questa distinzione, la Ciliberti ha delineato le caratteristiche dell’insegnante di italiano L2 oggi: esite prevalentemente fuori dalle strutture pubbliche, a cui non ha accesso perché non c’è una classe di concorso; oltre che in centri privati opera nei centri linguistici di ateneo ed è in massima parte considerato alla pari non di un “docente” ma di un “tecnico”.
Questo l’insegnante. E lo studente?
Nel sistema nazionale così com’è organizzato, nella scuola pubblica lo straniero è di fatto sentito come una “disomogeneit ”. Obiettivo primo della scuola in questo senso dovrebbe essere quello di andare alla ricerca di un equilibrio che non penalizzi nessuno. La Ciliberti propone anche qualche idea che vada nella direzione di una “didattica della variazione”: variazione dei dispositivi, dei ritmi, dei contenuti, degli approcci…
Quello che serve per attuare questo progetto è una “flessibilit ” dell’insegnante, capacit di adattamento di materiali, capacit di didattizzare materiali autentici, ecc.
Gi , ma di quale insegnante stiamo parlando?
La Prorettore di Perugia Stranieri non esita a rispondere alla domanda che sorge spontanea nella platea: Tutti gli insegnanti di tutte le materie dovranno (o dovrebbero) essere formati a questo approccio didattico. Oggi la responsabilit degli stranieri nella scuola è delegata all’insegnante di lingua straniera o nel migliore dei casi ad un esterno “tecnico” (o nel peggiore, aggiungo io, ad un insegnante di sostegno), mentre la responsabilit dovrebbe essere condivisa da tutti i professori, nessuno escluso, perché tutti insegnano l’italiano insegnando la loro materia quindi tutti dovrebbero essere formati a lavorare con gli stranieri e ad affrontare i nuovi compiti di una societ multi-interculturale.

Ecco. Con questa sfida per il nouvo e gi un po’ liso secolo si conclude l’intervento e durante l’applauso, mentre qualche cattedratico pensa ad una possibile domanda, gli insegnanti di italiano di stranieri presenti, applaudendo convintamente, pensano: “bello. Ma… io? Allora è proprio vero che non ho una prospettiva, che sto studiando per lottare per un pezzo di pane ammuffito con i miei colleghi sotto a direttori che mi spremeranno per il resto della vita. Io in tutto questo non sono contemplato…”.
Come dar torto ai loro pensieri?
Ma la mazzata deve ancora arrivare.
Al Prorettore di Perugia Stranieri la domanda galeotta la pone il Rettore di Siena Massimo Vedovelli: “Dopo questo intervento pensi ancora che si dovrebbe istituire la classe di concorso per insegnanti di Italiano L2?”. Un applauso sale dalle file in cui sono seduti gli studenti del Master. La Prof. è leggermente spaesata e conclude con un quasi sibillino: “Se devo essere coerente con quanto ho detto: no. Non c’è bisogno di classe di concorso”.
Passa così, come un soffio di venticello primaverile.
Andiamo a mangiare, il buffet degli 80 anni dell’Universit per Stranieri di Perugia è sontuoso e soprattutto… a scrocco. Meglio riempirci la pancia visto il futuro che ci aspetta.

Carlo Guastalla

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