Il tirocinio

L’altra sera mi trovavo a parlare con degli amici e una ragazza mi dice che sta facendo il tirocinio per il DITALS. Mi dice che…

lo fa in  un’associazione no-profit. Le chiedo se ci sia qualcuno che l’assiste nella sua formazione pratica e mi risponde che sin dal primo giorno l’hanno messa in classe da sola a insegnare ad un gruppo per cui l’associazione riceve finanziamenti. Le ho fatto notare che allora il suo non e’ un tirocinio, ossia una parte di un percorso formativo, bensì lavoro non pagato. È d’accordo con me.

Chiedo a chi ha fatto questi tirocinii in primo luogo se avete avuto un supervisore che vi guidasse e vi osservasse durante il percorso.

In secondo luogo se ci sia qualcuno che prima dell’esame abbia verificato la qualità del tirocinio.

Se non vi va di raccontare la vostra esperienza in pubblico potete anche risponderci con un messaggio privato (ildueblog@gmail.com).

10 pensieri su “Il tirocinio

  1. Ma infatti voi siete una scuola operante nel Regno Unito. Ad ulteriore prova, se ancora ce ne fosse bisogno, che l’ambiente è sempre più forte dell’individuo.

  2. Nella nostra scuola offriamo la possibilità di svolgere il tirocinio formativo in vista dell’esame Ditals. Prima di insegnare i tirocinanti fanno 60 ore di osservazione, 30 di affiancamento in classe e solo dopo insegnano. Quando insegnano, comunque, non sono soli: è sempre presente l’insegnante titolare. I tirocinanti sono sempre assistiti dal responsabile Ditals del nostro centro. In caso da voi descritto è realmente lavoro non pagato!

  3. Questo è un discorso complesso. Come in tanti settori, non bastano i diplomi per essere bravi. Nell’insegnamento contano molto la predisposizione, l’intelligenza, la pazienza, la creativita’, l’abilita’ nel gestire la classe, i dislivelli, i cali di entusiasmo, le crisi. Si fa quasi più psicologia che insegnamento. Certo, una riflessione metacognitiva aiuta a comprendere e sostenere meglio i processi di comprensione, e sono in totale favore delle formazioni/aggiornamenti professionalizzanti. Pero’ non vuol dire che la succitata insegnante proveniente da Scienze Politiche non sia – alla prova dei fatti – più brava di una laureata in Lettere qualificata ma che non sa vedere il pubblico che ha davanti.

    Quanto all’assunzione per italiano L2 fuori dall’Italia, so che spesso sono le questioni burocratiche a dettare la scelta. E’ indubbiamente più “comodo” per le scuole assumere chi si trova già sul posto, piuttosto che assumersi la responsabilità di far venire un insegnante apposta dall’Italia, anche perché si tratta in genere di un rapporto di lavoro senza garanzie effettive (il lavoro dipende interamente dalla domanda, che è variabile secondo l’anno, la stagione, l’economia del paese…). Il mio consiglio è di farsi la valigia! ci sono un sacco di paesi dove non trovano abbastanza madreglingua per coprire la richiesta di insegnamento, vedi Brasile e Australia (per non parlare dei paesi a rischio).

  4. “Il rapporto tra i fattori formazione/professionalità/assunzione cambia rapidamente”… Scusa Ciro, sono stata troppo stringata 🙂
    Intendevo dire che:

    1) il rapporto tra formazione e professionalità è assai altalenante. A volte pago per un corso formativo che non mi insegna a fare un lavoro e non aggiunge professionalità al mio curriculum (come dice virginiamanda, continuano a presentarmi gli stessi contenuti teorici ancora e ancora). Una persona priva di formazione ufficiale può, a tutti gli effetti, lavorare molto meglio di me.

    2) il rapporto tra professionalità e assunzione è da sempre un po’ una lotteria. Ci sono quelli che assumono il primo madrelingua disponibile, per risparmiare, e quelli che decidono di investire in un professionista. Ma quali sono le garanzie di professionalità? I titoli formativi? Come voi, parlo delle situazioni che vivo in prima persona: e oggi non vedo titoli considerati una buona garanzia a fini di un colloquio di lavoro.

    3) e così anche il rapporto tra assunzione e formazione è un po’ in bilico. Accumulare titoli – mentre il tempo passa – con la prospettiva di trovare lavoro più facilmente? Non lo raccomanderei.

    Spero di essermi spiegata un po’ meglio. E tutto sommato non sono concetti granché nuovi, temo.

    Non mi stupirei se in futuro la classica formazione istituzionale, per alcuni campi professionali, perdesse sempre più valore. Soprattutto se confrontata con le possibilità di auto-formazione che una persona in gamba e determinata si potrà procurare, ad esempio in rete e tramite esperienze di lavoro precoci.

  5. Buonasera a tutti,
    per prima cosa grazie per avermi presa seriamente, ed ora passo a chiarire alcuni punti.
    Anch’io, come Ciro, non ho dati certi, ma mi baso sulle persone che conosco e sulla mia esperienza.
    Ho amiche laureate in lingue che insegnano italiano agli stranieri, per il semplice fatto che si trovano all’estero e nella zona dove abitano si trovavano nella fortunata situazione di essere madrelingua e con una laurea assimilabile a quella in Lettere. Una di loro prima di partire ha fatto un “tirocinio” presso una scuola, lasciata da sola, poi, grazie a questo tirocinio ha preso la certificazione ed ora insegna. Trovandosi poi in un posto con un IIC, ora e’ stata assunta li’.
    La questione che sollevavo sul fatto di pagare il tirocinio va vista soprattutto in questa luce: cos’e’ un tirocinio in un corso di italiano per stranieri? Puo’ essere due cose, secondo me: 1) un momento di formazione 2) un lavoro.
    Nel primo caso, dovrebbe essere un corso, tenuto dal docente ordinario, con l’ausilio/ presenza del tirocinante, che ha la possibilita’ di fare domande sulle scelte pratiche nle modo di insegnare prima e dopo la lezione ed imparare. E allora si tratterebbe di una soecie di corso, io lo farei pagare, magari poco, ma sarebbe un modo per rendere piu’ appetibile il lavoro di tutor che il docente si troverebbe a fare.
    Nel secondo caso, il tirocinante e’ lasciato in classe, da solo. Nella sua testa ha solo teoria e si arrabatta come puo’ per ricavarne la pratica di una lezione. In questo caso e’ un lavoro e va pagato dalla scuola.
    Spero di essermi espressa meglio.
    Le persoe che ho conosciuto che si occupavano dell’insegnamento dell’italiano a stranieri erano persone che ci erano arrivate per vie traverse, e spesso dopo lauree in altre ambiti (scienze politiche per esempio) avevano pensato di farsi un master e toh, s’erano trovati a lavorare.
    Il mio “incompetenti” era rivolto a questa categoria, probabilmente ne conosco solo io, ed il mondo la’ fuori e’ pieno di professionisti che hanno fatto percorsi formativi e professionali ad hoc. Sono stata sfortunata.
    Scherzi a parte, bisogna distinguere i piani su cui lavorare, ed io credo che siano vari.
    Il primo parte dal basso, ovvero noi in prima persona rifiutarci di fare lavori non pagati e chiedere sempre le modalita’ del lavoro o del tirocinio prima. Non accettare se non ci sembra formativo e denunciarlo.
    Secondo: a chi denunciarlo? Ci sono varie associazioni che si occupano del nostro affascinante e precario lavoro, denunciare a loro, anche tramite forum e mailing list le scuole/istituzioni poco virtuose, ma soprattutto farlo sapere alle universita’ di Siene, Venezia e Perugia. Secondo me in questo modo, loro potrebbero rendere pubblica la lista delle istituzioni da cui NON accettano presentazioni di tirocinio abilitanti al ditals, cedils etc.
    Terzo piano: l’offerta didattica. Passatemi il francesismo: che schifo! Avete mai letto i programmi dei vari master in didattica degli atenei italiani? Confusionari e poco formativi, nella maggior parte. Inoltre, parte tutto da un errore di forma: Master of Arts (correggetemi se sbaglio) nel mondo anglosassone corrisponderebbe alla nostra specialistica/magistrale. Perche’ quindi doverne fare un’altra? Ho studiato didattica, ho preso la triennale in Italianistica, la specialistica in Linguistica applicata, didattia come se piovesse, certificazione in didattica… e poi dovrei farmi un Master in… didattica? Che mi ri-spiega i contenuti che mi sono gia’ abbondantemente studiata? Vedete, a me sembra che non manchi il contenuto, manchi l’approfondimento. Andrebbe snellita e di molto l’offerta didattica degli atenei. E questo si puo’ fare partendo proprio da quelle associazioni che citavi tu, Ciro. Ovvero partendo da noi. Se io mi iscrivo ad un Master, spendo 2000 euro, dimostro che CREDO in quella formazione. Scusatemi, io non ci credo affatto. Ma sono pronta a ricredermi.
    Ancora grazie per il confronto.
    A presto 🙂

  6. Ciao Moryama e grazie per aver commentato!

    Ci fa sempre grande piacere sapere che ci leggi.

    Mi sembra un buon compromesso quello da te delineato.

    Infine una domanda. Tu scrivi: “Il rapporto tra i fattori formazione/professionalità/assunzione cambia rapidamente.”. Potresti per cortesia spiegare che intendi? Non riesco a capire la frase.

    Ciao 🙂

  7. Ciao a tutti. Non mi adentro nelle questioni più importanti: mi trovo d’accordo in buona parte con Ciro (anche se il governo Monti entro il 2013 avrà altro da fare temo: c’è sa sperare che ci prenda gusto e resti). Il rapporto tra i fattori formazione/professionalità/assunzione cambia rapidamente.

    Porto il mio piccolo contributo riguardo i tirocini: pagare o essere pagati? Dove lavoro io i tirocinanti, dopo aver seguito un corso superintensivo e improntato alla pratica, fanno due settimane di lezioni con studenti che pagano – ma con un forte sconto. Gli studenti sanno che l’insegnante ha “poca esperienza” (ma non che è la sua prima volta) e d’altro canto la presenza di un corrispettivo monetario stimola e responsabilizza molto da entrambe le parti. Mi sembra un compromesso che può essere applicabile anche ad altri contesti. Che ne dite?

  8. Cara Virginamanda,
    grazie a te.
    Per quanto riguarda la tua analisi (la professione sarebbe “praticata e gestita (soprattutto) da incompetenti”) non sono d’accordo. Del tutto al contrario di te io credo che ci siano troppe persone troppo qualificate per la quantità di lavoro che circola. Da questo blog abbiamo cercato di essere chiari: spendere tempo e denaro per qualificarsi per poi andare a concorrere per posti da 10-15 euro l’ora (lordi) non vale la pena. Fino a una diecina d’anni fa, forse, l’offerta di formazione era abbastanza in linea con alcune possibilità di sbocco lavorativo, ma la mia forte impressione è che oggi essa si configuri precisamente come una bolla. Ci vorrebbero numeri per provare questa mia affermazione, ma girando un po’ nell’ambiente vengo sempre più confermato in questa mia sensazione. La bolla scoppierà quando nell’ambiente comincierà a circolare l’idea che è inutile giocare al rialzo sulla formazione, perché non porta lontano. Inoltre, la cosa che ci rende del tutto ridicoli mentre facciamo master e corsi è che i posti migliori se li ciucciano i lettori MAE e cioè insegnanti di ruolo della scuola superiore che con la sola laurea in lettere e un concorso vanno ad insegnare in università con posto fisso a diverse migliaia di euro al mese. Se fossimo meno ridicoli faremmo un’associazione per chiedere, almeno, che quei posti siano aperti a concorsi non riservati. Un governo Monti, vista la storia ed il pensiero dell’uomo, credo che sarebbe sensibile ad un discorso del genere.
    Data questa mia posizione capirai bene che sono del tutto in disaccordo con la tua idea di pagare oltre all’esame o alla tassa universitaria per fare il corso anche l’istituzione che fa il tirocinio. Sarebbe solo un maggiore costo che non cambierebbe nulla. Avrebbe forse solo il merito di accelerare lo scoppio della bolla.
    Per quanto riguarda la tua prima domanda (“[…] se non siamo noi i primi a darci un valore, un prezzo, chi lo fara’?”) la mia risposta è nessuno. Nessuno ci difenderà se non ci sapremo difendere da soli. Ma ci vorrebbe una qualche sorta di associazione che riunisca le due o tre migliaia di persone (a naso, com’è ovvio non ho nessuna stima precisa) che fanno questo lavoro e che intendono continuare a farlo. Ma la via è molto ardua, lunga e piena di ostacoli. Poi, parlandoci chiaro, noi insegnanti siamo piccolo-borghesi abituati a sfangarla tramite contatti personali, non camalli tosti che hanno voglia ed esperienza di combattimento. Quindi le prospettive di riunirsi sotto un’associazione che riesca a presentarsi come interlocutrice di datori di lavoro e istituzioni sono veramente al lumicino.
    Detto questo, siccome ogni cambiamento da qualche parte deve pur iniziare, se ti va di collaborare agli articoli “polemici” fatti sentire e manda una mail. Lavoro da fare ce n’è per tutti e anche noi ci sentiremo meno soli. Si tratta per prima cosa di lavoro di raccolta di leggi e informazioni, per poter scrivere e denunciare con un minimo di documentazione precisa le situazioni che non vanno bene e che dovrebbero essere combattute.

  9. Credo che la soluzione sia al contrario: chiunque lavora deve essere pagato per quel lavoro.
    Una scuola dovrebbe pagare TOT per avere delle lezioni di lingua, indipendentemente dalla qualifica di chi va in classe. Solo in questo modo le qualifiche degli insegnanti varrebbero a qualcosa.
    Il tirocinio dovrebbe essere fatto su classi di volontari non paganti (in senso ampio. Significa che chi segue quelle lezioni sa che l’insegnante non è qualificato e sta imparando, per cui non è assicurata la professionalità).

  10. Caro Ciro,
    leggo sempre con sollievo questi tuoi articoli dal tono “polemico” perche’ mi sento meno sola a pensare determinate cose. Mi presento: ho sempre voluto insegnare italiano agli stranieri e fin dai 18 anni ho costruito un percorso formativo che mi permettesse di essere “spendibile” in questo mercato (laurea, esperienze all’estero, partecipazione a vari bandi, etc etc) pensando sempre che piu’ sei preparato piu’ sei competitivo. Poi, crescendo, ecco l’amara verita’. Chi insegna italiano agli stranieri non lo fa sempre per “vocazione”, ma spesso come ripiego dopo la laurea in lettere, o come facile via d’uscita quando si trova all’estero e non e’ abbastanza professionalizzato per accedere ad altri mestieri. E qui, purtroppo si trova tutto il problema di questa professione: e’ praticata e gestita (soprattutto) da incompetenti. Come pretendere quindi di essere presi in considerazione seriamente? A tutti i livelli: partendo dal tirocinio arrivando alle certificazioni ed ai master.
    La questione che tu sollevi con il tirocinio e’ secondo me emblematica: la ragazza (ma come sappiamo non e’ l’unica), lasciata da sola ad insegnare, senza nessuna supervisione, imparera’ da se stessa e dai propri errori ( non e’ un male di per se’, ma ovviamente andrebbe tutto canalizzato in un percorso formativo ed approfondito) e continuera’ su questa strada, con ormai una certificazione (per prenderla basta dimostrare d’aver fatto “tot” ore d’insegnamento, il come non importa) e sara’ (a suo modo) considerata una professionista.
    Mi chiedo: se non siamo noi i primi a darci un valore, un prezzo, chi lo fara’? Mi raccontano gli amici che un tempo al Sud, chi voleva imparare un mestiere affiancava per alcuni mesi un professionista (idraulico, falegname etc) che glielo insegnava, e per il disturbo veniva pagato dalla famiglia del giovane apprendista. La cosa oggi ci fa inorridire, ma pensiamoci: perche’ non mettere a pagamento i tirocini? Le scuole sarebbero quindi incoraggiate a prendersi cura dei tirocinanti, ed i tirocinanti (avendo pagato) avrebbero una carta in mano per far valere la propria richiesta a ricevere una formazione adeguata. So che puo’ far saltare sulla sedia questa proposta, ma alla fine npquando ci iscriviamo all’universita’, ai master, ai corsi professionalizzanti, noi paghiamo. Paghiamo per poter lavorare in futuro. Perche’ non pagare i tirocini? Ho detto qualche stupidaggine? Accetto confronti.
    Un caro abbraccio e grazie per tenere vivo questo blog

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