Informazioni su porfido

Roccia vulcanica che presenta grandi cristalli di feldspato dispersi in una pasta di fondo, in genere dura e molto resistente alle sollecitazioni meccaniche.

Rewriting oneself

Abbiamo già parlato dell’antropologia linguistica in un precedente post.
Secondo Patrick Boylan le capacità etnografiche sono fondamentali in uno studente di lingue dei giorni nostri.
Obiettivo dell’approccio etnografico è infatti quello di comunicare interculturalmente, di saper entrare in contatto ed adattarsi al modo di esprimersi e al senso che in un’altra cultura si dà alla comunicazione, all’entrare in rapporto, alle parole, alla prossemica, al ridere, al toccarsi, al guardarsi…
Pur non essendo esperti nelle conoscenze formali della lingua, padroneggiare il senso della comunicazione in una cultura infatti permette di instaurare con molta più facilità una relazione autentica con l’altro e, di fatto, permette all’apprendente di entrare in un circolo virtuoso per comprendere anche le ragioni formali di una lingua e quindi la sua struttura.

Scrive Boylan in suo articolo intitolato “Rewriting oneself“:

Per imparare a comunicare interculturalmente in una seconda lingua, sono utili le tecniche narrative ispirate al costruttivismo sociale. Il narratore e l’ascoltatore vengono ricollocati in un nuovo mondo di valori esistenziali. Gli studenti creano personaggi coerenti con la cultura che si sta studiando, quelli con cui possono facilmente identificarsi in brevi narrazioni prodotte in proprio, orali o scritte, che possano recitare in situazioni di vita reale. Attraverso il “rewriting themselves” (riscriversi) gli studenti estendono gli orizzonti di comprensione sia di loro stessi che dei loro interlocutori. Questa capacità di de- e ri- centrarsi, basata su una trasformazione autoindotta della coscienza, è essenziale per una comunicazione efficace in situazioni interculturali. Inoltre l’acquisizione di questa competenza facilita l’apprendimento delle caratteristiche più formali e meccaniche della L2.

© 2003, Patrick Boylan. Paper presented at the 4th annual IALIC conference, “The Intercultural Narrative”, Lancaster University (Department of European Languages and Cultures), 14-15.12.2003.

Consigliamo la lettura dell’intero articolo (solo in inglese, haimé), che propone attività didattiche da svolgere con classi di studenti principianti, intermedi e avanzati. Per raggiungerlo clicca su www.boylan.it, clicca su “ricerca” e cerca “Rewriting oneself”.

Sarebbe interessante incrociare le teorie di questo approccio (che tanto ha ereditato dalla lezione dell’attore e maestro di recitazione K. S. Stanislavskij, basata sull’approfondimento psicologico del personaggio e sulla ricerca di affinità tra il mondo interiore del personaggio e quello dell’attore) e quelle del TLIL, l’insegnamento della lingua attraverso il teratro. Ne uscirebbe senz’altro qualcosa di buono.

L’altra formazione – Elle::Due

Se le Università   sono le strutture più qualificate a svolgere il ruolo di formazione di insegnanti di italiano per stranieri, ad uno sguardo poco attento non si capirebbe il successo dei centri privati di formazione, alcuni dei quali riscuotono grandi consensi.
Di fatto il training universitario continua ad essere centrato prevalentemente su aspetti teorici dell’insegnamento e seppur qualcosa è stato fatto negli ultimi anni, ancora non è abbastanza e chi esce da un master universitario il più delle volte ancora non si sente sicuro di entrare in classe semplicemente per il fatto che in classe, “dall’altra parte”, c’è stato troppo poco.
Cominciamo quindi oggi la presentazione di strutture non universitarie che offrono corsi di formazione e/o aggiornamento le cui pratiche abbiano sì basi teoriche solide ma che siano principalmente orientate a formare insegnanti in grado di affrontare in modo consapevole e sicuro la classe di lingua.

Elle::Due Language Training Centre è situata a Settignano, vicino Firenze, in una villa del 15° secolo (Villa Morghen), e oltre ai corsi di italiano offre due tipi di interventi per gli insegnanti o aspiranti insegnanti: 1. interventi di formazione professionale secondo l’approccio e i temi
proposti dal centro tesi sia a formare nuovi insegnanti sia ad offrire agli insegnanti in servizio un’opportunità   di ripensamento o di ampliamento del proprio modo di insegnare la lingua; 2. Aggiornamento su misura su temi e/o problemi posti dal richiedente, per dare risposte concrete e verificabili sul campo a questioni e problemi che costellano la pratica didattica dell’insegnante di lingua.
Il modello formativo proposto da Elle::Due si basa sulle nozioni di “esperienza” e di “riflessione”.
I partecipanti fanno esperienza di ciò che avviene in una classe di lingua attraverso la riproduzione di situazioni realistiche di apprendimento e insegnamento. Sono quindi costantemente stimolati ad assumere un atteggiamento riflessivo e critico verso le esperienze svolte e l’intera propria professione di insegnante di lingua. Sono curati gli aspetti psicologici e relazionali del contesto di apprendimento in gruppo.
Negli interventi si privilegia una stile attivo. I partecipanti apprendono a svolgere attività   didattiche nel ruolo sia di studenti che di insegnanti. Gli elementi teorici sono richiamati per problematizzare i contesti di esperienza. Il lavoro si svolge spesso in coppie o piccoli gruppi. C’è un uso frequente di videoriprese per sottoporre ad analisi e discussione momenti di pratica didattica e comunicazione nella classe.
Per informazioni più dettagliate e contatti vi rimandiamo al sito internet di Elle::Due

Scilla Luciani, poliedrica insegnante di italiano per stranieri

Scilla Luciani è stata una mia compagna durante i lunghi 9 mesi del Master in Didattica presso l’Università   per Stranieri di Perugia, ma ho imparato a conoscerla e ad apprezzarla solo verso la fine, quando ci siamo trovate a frequentare insieme lo stesso Modulo Professionalizzante.

Scilla incarna la figura ideale dell’insegnante di Italiano per Stranieri, poiché a soli 26 anni ha maturato numerose e varie esperienze nel campo. Come insegnante di ILS ha iniziato in Perù, dove a Lima ha tenuto corsi di italiano per studenti di varie età  , futuri immigrati in Italia. Al suo rientro, tramite concorso, è entrata come supplente nei corsi estivi alla Università   per Stranieri di Perugia e contemporaneamente ha contattato delle scuole nei dintorni di Fermo (sua città   natale), dove ha iniziato a lavorare come facilitatrice.

Incontrarla per questa rubrica è stato molto gradevole. Scilla parla con molta umiltà   delle proprie esperienze. Per l’occasione le ho chiesto di soffermarci sul suo lavoro di facilitatrice in una scuola elementare e in una media a Porto S. Giorgio (FM).

Le mie curiosità   sono state tante e ho sempre ricevuto risposte esaustive.

La prima cosa che le ho chiesto è stata circa il contatto con gli studenti: “Con i bambini delle Elementari è stato più facile il mio inserimento. Con gli adolescenti delle Medie ho cercato di instaurare un rapporto di reciproca fiducia“. Scilla ha conosciuto i suoi studenti ad anno scolastico già   iniziato, a novembre, venendo letteralmente “scaraventata” in classe.

Alle Scuole Elementari aveva 6 ore di insegnamento, 9 ore alle Medie, durante le quali i suoi studenti abbandonavano le lezioni disciplinari. Iniziamo a parlare della sua esperienza nelle Medie. Il suo gruppo di studenti era piuttosto disomogeneo, quindi ha impostato dei lavori differenziati, seguendo sia le indicazioni degli insegnanti, sia i bisogni e le preferenze dei ragazzi; il suo è stato un ruolo di sostegno. La vera difficoltà  , però, non è stata tanto quella dell’organizzazione del lavoro, quanto quella di capire chi aveva davanti e soprattutto comprendere i loro comportamenti: “Ho cercato di capire il perché dei loro atteggiamenti, soprattutto nel caso de i ragazzi più demotivati che non accettavano la scuola e non ne capivano il fine. Gli insegnanti delle varie discipline in alcuni casi avevano cercato di stabilire un rapporto più stretto con questi ragazzi, andando incontro alle loro esigenze e prendendo coscienza delle loro difficoltà  , ma alla fine ritornavano ai loro veri obiettivi, cioè i voti sul registro; di conseguenza il loro intervento non era orientato verso un vero e proprio apprendimento e verso la crescita formativa dello studente . Gli studenti stranieri avevano, hanno, bisogno di altro“.

E queste stesse carenze Scilla le ha sperimentate sulla propria pelle, visto che il suo lavoro, così importante, lo ha svolto senza avere un reale contatto con gli insegnanti. Qualche incontro sporadico l’ha avuto con quella di italiano e qualche vaga direttiva le è arrivata dal gruppo interculturale, formato da insegnanti che si occupano dell’accoglienza degli studenti. E qui hanno inizio le dolenti note. La presenza del gruppo intercultura, infatti, non è riuscito a risolvere molte questioni fondamentali come quella delle documentazioni e della verifica della scolarizzazione dello studente. Questo è secondo lei una delle problematiche di più difficile gestione: “L’integrazione per questi studenti è molto importante. La scuola per loro è un punto di riferimento. Anche delle piccole soddisfazioni possono essere fondamentali per l’autostima, per l’integrazione, e soprattutto avvertono l’esigenza di essere trattati come i loro compagni italiani, nel rispetto dei compiti che uno studente ha, come ad esempio essere interrogati (…) Per questa ragione apprezzavo molto gli interventi di una insegnante di italiano in particolare, che li interrogava regolarmente, ma non faceva domande inerenti la disciplina piuttosto si interessava della loro vita, dei loro interessi, e l’interrogazione diventava una chiacchierata che serviva come esercizio di lingua per lo studente ma che veniva comunque definita “interrogazione”seguita da una valutazione. Per loro quella interrogazione, uguale nelle modalità   (ma non nei contenuti) a quelle dei loro compagni italofoni, era segnale di successo scolastico“.

Se fosse un dirigente scolastico apporterebbe subito dei cambiamenti e punterebbe soprattutto su un buon inserimento dell’alunno alloglotto, fin dal primissimo contatto “perché qualsiasi intervento deve partire dalla conoscenza dello studente“».

Ha le idee chiare Scilla e molta grinta. Ma le lancette dell’orologio ci riportano alla realtà  . Il tempo è volato! Grazie Scilla!

inviato da ladylink

L’antropologia linguistica

Proponiamo oggi un interessantissimo articolo dal titolo “L’apporto dell’antropologia linguistica all’insegnamento delle lingue straniere”. L’autore, Partick Boylan, è insegnante di Inglese per la Comunicazione Interculturale presso l’Università di Roma 3.

Troverete qui sul blog la prima parte dell’articolo, vi rimando per la lettura dell’articolo completo al sito del Prof. Boylan a fondo pagina.

L’apporto dell’antropologia linguistica all’insegnamento delle lingue straniere

Si può studiare una lingua straniera per diversi motivi, donde la diversità dei metodi e dei risultati. Distinguiamone quattro (peraltro non antitetici):

1) il desiderio di vedere rispecchiarsi, in ciò che sembrava diverso e alieno (cioè la lingua straniera), le “leggi dello spirito umano” (Gentile, 1922).Questo traguardo, tipicamente idealista, è quello prefisso dai metodi tradizionali: la lingua straniera viene calata in un sistema grammaticale perlopiu latinizzante; ci si ingegna a spiegare razionalmente le numerose anomalie; si mira al conseguimento, non di conoscenze pratiche, ma di un solido bagaglio culturale, appunto, di stampo idealista dove il relativismo della antropologia linguistica ha poco posto (v. p. e. Grasso e Bottolla 1958).
Il desiderio di quintessenziare la realtà multiforme di una lingua sta anche alla base della linguistica chomskiana (v. Bernstein 1970, Parisi e Castelfranchi 1975), dei corsi pratici d’inglese d’ispirazione chomskiana (v. Ruhan e Boylan 1978 e Ciliberti 1978) e delle sistemazioni delle lingue diverse dall’inglese negli schemi strutturali elaborati per la descrizione o per l’insegnamento dell’inglese (v. p. e. Delehanty 1971); ne consegue che neppure questi approcci “neo-idealisti” dedicano molta attenzione ai fenomeni etnolinguisti;

2) il desiderio di poter adoperare la lingua straniera per “cavarsela” all’estero, per “leggiucchiare” libri tecnici o documenti commerciali, per “scambiare quattro parole” con eventuali ospiti stranieri, ecc. Questo traguardo viene raggiunto con i collaudatissimi metodi diretti praticati in molte scuole di lingua private. Per facilitare l’apprendimento degli schemi interattivi basilari, la lingua dei dialoghi e degli esercizi orali viene ridotta alla sua ossatura strutturale. Essa diventa al limite una lingua senza patria, una specie di Esperanto che pertanto dà poca presa a considerazioni etnolinguistiche: le frasi che la compongono sono di regola semplici e logiche, colorite talvolta con qualche idioma, ma banali; le situazioni evocate sono prevalentemente universali e pertanto neutre (“all’aeroporto”, “all’albergo”, “la domenica in campagna”, “guardando la TV la sera”, ecc.);

3) il desiderio di capire cosa significa ‘parlare’ o ‘scrivere’; il desiderio di poter comunicare qualcosa dei propri pensieri e sentimenti a persone ‘diverse’, maneggiando in modo appropriato la lingua straniera. Questo traguardo, di altissimo valore formativo e culturale, colloca l’insegnamento di una lingua straniera al centro dei processo detto ‘educazione linguistica’; tuttavia, non consente – se non di sfuggita – lo sviluppo di analisi etnolinguistiche durante le fasi iniziali dell’apprendimento.
Infatti. per necessità didattiche, questa impostazione fa praticare un linguaggio senz’altro ricco e autentico, ma in situazioni scelte per mettere in risalto certe dinamiche psico-sociolinguistiche generalizzabili in universali (v. il “notional/functional syllabus” del Consiglio d’Europa), a scapito delle dinamiche etnolinguistiche che caratterizzano le situazioni in quanto alienigeni (v. l’etnografia del discorso di Hymes 1962). Inoltre, la giusta importanza data all’acquisizione di conoscenze produttive (tramite le composizioni orali, la redazione di fumetti, le improvvisazioni e drammatizzazioni originali) e all’uso della lingua per esprimere ciò che si sente realmente (nelle microconversazioni, durante certi lavori di gruppo, nelle lettere scritte a destinatari reali) fa sì che l’impostazione di molti discorsi venga determinata più dalla forma mentis di un gruppo di stranieri – cioè la classe – che da quella di una comunità di informatori nativi – cioè gli autori degli esercizi. Quindi al limite, più (soggettivamente) reali e genuini sono gli atti comunicativi praticati dagli studenti in classe e meno autentici sono questi atti rispetto all’uso della lingua nella cultura di origine.
Per non essere frainteso, aggiungo che l’impostazione psico-sociolinguistica sopraindicata, per limitata che sia, è più che accettabile – anzi, è generalmente consigliabile – durante le fasi iniziali dell’apprendimento di una prima lingua straniera. E ciò perché occorre una esercitazione reale (e non gratuita) per assicurare una autentica educazione linguistica – cioè, l’acquisizione della capacità di collegare forme linguistiche al flusso interiore di pensiero e sentimento –, in modo che lo studente capisca cosa sia una lingua, cosa significhi corminicare.
Solo allora si può tentare di individuare e di situare, con qualche rigore, i fatti etnolinguistici ‘devianti’ della lingua studiata (‘devianti’ perché non direttamente collegabili al mondo etnolinguistico dello studente) e in fine di ricostruire un metalinguaggio etnico 1 a partire dall’intero sistema linguistico straniero, compresi quei fatti che si pensava inizialmente di aver capito pienamente.
Si tratta di un processo che oltrepassa di gran lunga i tre anni d’istruzione media, anche se il nuovo Programma ministeriale per la Scuola indica tra gli “obbiettivi dell’insegnamento della lingua straniera nel quadro dell’educazione linguistica” la effettiva “presa di coscienza dei valori socioculturali… tramite la lingua stessa”.
Eppure il Programma ministeriale, nella frase appena citata, individua una importantissima fonte di motivazione allo studio delle lingue che è certamente presente in molti ragazzi (desiderosi di sistemare i fatti del mondo esterno nella loro complessità e diversità: donde le raccolte di figurine, di francobolli, di monete, di bandiere straniere, ecc.) e in molti giovani (desiderosi di uscire dagli schemi mentali del proprio ambiente per abbracciare il diverso) e che non si può ignorare né accontentare con nozioni storico-geografico-letterarie o con aneddoti turistici. Si tratta del quarto motivo che può indurre allo studio di una lingua straniera, tra quelli che abbiamo voluto individuare:

4) il desiderio di conoscere un’altra civiltà nelle sue differenziazioni intraducibili e pertanto incarnate solo nelle realizzazioni verbali (nella parole) degli indigeni nonché nei sistemi non-verbali tipici della civiltà in questione (vedi la discussione sull’ipotesi Sapir-Whorf in Hymes 1964 e Boas 1966: pp. 288 e 636).
In pratica si tratta di imparare, oltre la lingua di quella civiltà, i codici etnolinguistici e comportamentali sottostanti al suo uso effettivo. Solo allora possiamo comunicare con un indigeno, capendolo in pieno e dandogli l’impressione di parlare e la sua lingua e il suo linguaggio, cioè di “pensare” come lui (Frake 1964).
Questo traguardo è chiaramente il più ambizioso dei quattro, e si raggiunge di solito unicamente attraverso un soggiorno prolungato all’estero, dove ‘fatti linguistici’ e ‘fatti culturali’ vengono vissuti nella loro unicità. Ma il soggiornare spesso non basta.
Senza una adeguata preparazione ‘antropologica’, lo studente che soggiorna all’estero a scopo di perfezionamento linguistico può trovarsi in difficoltà, sia per quanto riguarda il superamento di resistenze di carattere psicologico, sia per quanto riguarda la corretta ‘lettura’ (percezione e ricostruzione) dei fatti etnolinguistici.

Continua la lettura dell’articolo: clicca qui, poi su “RICERCA”, poi sul titolo dell’articolo.

Lo Charme dei fotoromanzi

Partiamo con un brainstorming.
Scrivo la seguente parola:

Charme

Che cosa vi viene in mente?
1…. 2…. 3….
Elicitazioni varie a parte, sicuramente pochi di voi avranno pensato ai fotoromanzi… CHARME è proprio il nome di un mensile della famosa editrice LANCIO, che potreste fare vostro a soli 2,50 euro. Il numero 737, Il manuale del perfetto seduttore, è arrivato tra le mie mani per motivi di studio e si è meritato di finire dritto dritto sul blog.
La trama è la seguente: due coinquilini, colleghi di lavoro, sono uno l’opposto dell’altro. Saverio è bello e valido sul lavoro, mentre Enrico è brutto e imbranato. Il primo aiuterà   il secondo ad uscire dal guscio e con i suoi formidabili consigli lo trasformerà   in un rubacuori a cui non riuscirà   a stare dietro. La fine del fotoromanzo è quella che immaginate…
Iniziamo da un pregio: non ho trovato nemmeno un refuso e questo merita un riconoscimento, visto che popolazioni di refusi invadono la nostra stampa. Ma ciò che mi ha più colpita è stato il tipo di linguaggio utilizzato nei dialoghi, in cui il registro e la varietà   di italiano, pur stonando, convivevano pacificamente. Curiosa della cosa ho consegnato ad una mia amica camerunese (Flore, che in Camerun insegna italiano) le prime 17 pagine, chiedendole di specificare le espressioni che non aveva capito e quelle che aveva desunto dal contesto; gli esiti sono stupefacenti, ma per conoscerli dovreste arrivare fino alla fine del post.
Per quanto concerne le mie personali riflessioni, ammetto di essere rimasta stupita per la ricchezza del lessico: sono presenti tantissime frasi idiomatiche, che contestualizzate grazie alla storia e alle foto, possono essere un utile strumento per portare in classe un esempio dell’uso vivo. Ho poi riscontrato una correttezza formale nell’uso dei modi e tempi verbali. Frequente è l’uso del congiuntivo con i verbi di opinione e il periodo ipotetico dell’irrealtà   è strutturato con i modi e tempi dell’italiano “standard”. à ˆ proprio l’accostamento e la presenza di queste forme, con altre di un registro più basso e colloquiale in una stessa frase, a creare uno strano effetto, come in questa frase tra i due protagonisti (p. 5): Saverio: << Non per deluderti, ma Giulia è una persona gentile e sorride a tutti. E pur elargendoti uno dei suoi mitici sorrisi, ti ha rifilato l’ennesimo due di picche, ho visto tutto>>, Enrico: << Mettiti nei suoi panni. Lei è una specie di dea e io un mezzo imbranato che non piace a nessuna. Le donne mi schifano, ammettiamolo… e hanno tutta la mia comprensione>>. Saverio: << Ehi, adesso stai esagerando con l’autocommiserazione>.
Gli scambi tra i due amici sono esilaranti. In quello che segue c’è un personaggio nuovo, Daniela, il capo dei due, che si rivolge così ad Enrico (p. 9): << (…) Andiamo, siamo franchi. Saverio è bello, ha stile, è un seduttore nato. Tu appartieni alla triste categoria degli sfigati cronici. (…) Anche dal punto di vista immagine… sei un disastro. Non dico di venire in ufficio in giacca e cravatta, ma il tuo aspetto è davvero inaccettabile. Lo vuoi un consiglio? Fatti aiutare da Saverio. Magari, seguendo i suoi insegnamenti, potresti migliorare almeno un po’>>.
Ed Enrico decide di seguire questo consiglio e ne parla con Saverio: <<(…) ho riflettuto a lungo sul consiglio di Daniela e sono giunto alla conclusione che non ha tutti i torti. Potresti davvero essere il mio mentore. Il demiurgo che tira fuori il meglio da me. Il pigmalione che mi trasforma in un essere umano decente. Con un maestro come te forse riuscirei a diventare… accettabile>>. Ma Saverio è quasi irremovibile: << (…) sono convinto che certe cose devi avercele dentro. Insomma, non è come spiegare a uno l’algebra. Il fascino, la sicurezza, il dono di piacere… sono qualità   innate, non materia di studio>>.
Ma i consigli di Saverio servono veramente a qualcosa? Ecco Enrico “in azione” con Daniela, il suo capo, poche pagine dopo: << Veramente la gentilezza l’ho usata nei confronti di me stesso. Con questa manovra galante, mi sono concesso il lusso di ammirare per un istante le tue splendide gambe>>. Daniela: << Caspita, stiamo diventando intraprendenti! Dimmi la verità  , hai seguito il mio consiglio e ti sei affidato alle cure di quel marpione di Saverio… non è così?>>.
I restanti dialoghi sono più o meno di questo tenore. La loro attenta lettura mi ha fatto evidenziare vari percorsi per l’ampliamento del lessico per quanto riguarda “l’uomo latin lover”: sciupafemmine, galletto, marpione, casanova, provolone, principe azzurro, sfigato, brutto anatroccolo, dongiovanni, ecc. ecc.
Lessico inerente “la seduzione”: seratina coi fiocchi, rivolgere un bel complimento, rimediare nel senso di rimorchiare, (utilizzato poi in avanti con il primo significato di risolvere), acchiappare, appuntamento alla cieca.
Inoltre sono presenti molte espressioni colloquiali e costruzioni polirematiche: schioccare le dita, cadere ai piedi, sbavare dietro, dare addosso, prendere un colpo, avere una fretta del diavolo, spellare vivi, rifilare il due di picche, mettersi nei panni di, dare una strigliata, seratina coi fiocchi, amico coi fiocchi, buttare un’occhiata, rendere giustizia, dettare i tempi, fare il grande salto, cavarsela, lanciare un amo, esserci lo zampino di, ecc. ecc.
à ˆ possibile anche analizzare l’uso di “magari”.
Per quanto riguarda invece la lettura delle pagine da parte della mia amica Flore, devo ammettere che la sua comprensione mi ha stupita. Flore ha avuto difficoltà   con alcune espressioni, che rientrano tutte nel lessico comune (quindi siamo oltre il Vocabolario di Base).
Le parole segnate erano le seguenti: moine, arrivare a malapena, sghignazzarmi e brutto anatroccolo. L’ultima era l’unica espressione che Flore non era riuscita a capire, per le altre, le sue ipotesi, si erano rivelate esatte. Questo probabilmente invalida tutte le mie riflessioni, ma ne è valsa comunque la pena!
Mi rimane una domanda irrisolta: sono sicura di non parlare così anch’io?

P.s. Per chi si volesse cimentare, gli arretrati costano il doppio del prezzo di copertina.
Buona lettura!

inviato da ladylink

Sicuro precariato

Una nuova sezione: Musica.
Già  , perché anche i cantautori iniziano a proporre testi su una situazione che conosciamo bene.
E’ buffo sentire in musica e leggere in poesia una realtà   così prosaica, ma è il potere dell’arte trasformare il punto di vista…
La canzone di Samuele Bersani è bella e triste.
Possiamo solo proporre il testo, ma è possibile acquistarla a 99 centesimi su itunes passando per il sito di Bersani.

Bersani - L'aldiquaTitolo: Sicuro Precariato

Artista: Samuele Bersani
Album: L’Aldiqua
Anno: 2006

Quanto sopravviverò nel mio ruolo di supplente?
Non credo sarà   facile per me
arrivare all’ultima ora indenne agli attacchi, resistente
La verità  ? C’è una novità  , ho qualcuno che mi ascolta
che mi domanda “allora da che pagina a che pagina ‘sta volta?”
ma chi ha la luna storta dichiara apertamente “lei non conta niente…”
Ti spiacerebbe passarmi del sale? Sul primo canale c’è un gioco impossibile
Ti spiacerebbe passarmi del sale? Se porti giù il cane c’è il vino da prendere
Io sono un portatore sano di sicuro precariato
e anche nel privato resto in prova
e ho un incarico a termine lo so
ma ho molta volontà  , non c’è pericolo…
Figli della polvere raggrumata sotto i banchi
anche per oggi non vi interrogo
ho saputo già   dal preside e dagli altri
che vi siete alzati stanchi
ma è l’ultima possibilità   che ho di chiedervi un piacere
vorrei sapere chi mi imita e perché
non ne posso anch’io godere
una volta sola prima di lasciare
anche questa scuola
Ti spiacerebbe passarmi del sale? Sul primo canale c’è un gioco impossibile
Ti spiacerebbe passarmi del sale? Se porti giù il cane c’è il vino da prendere
Noi siamo portatori sani di sensi di colpa
e sulle mani abbiamo segni di medusa
io ho il sospetto che non se ne andranno via
ecco un esempio di eterna compagnia

Dulcis in fundo

“Dulcis in fundo”, ha mormorato qualcuno al Convegno “Un mondo di italiano” alla fine della relazione della Professoressa Ciliberti. Un intervento (dal titolo “La formazione dell’insegnante di italiano lingua non materna”) lineare, chiaro, programmatico, coerente, che ha stimolato alcune domande che puntualmente sono state poste dalla platea. Domande sul futuro stesso della nostra bella ma bistrattata professione.
Ma andiamo per ordine.
La Ciliberti ha iniziato col sottolineare come l’ambiente influisca sull’apprendimento di una lingua: in un ambiente endolingua (quello che abbiamo sempre chiamato L2) la lezione risulta complementare nell’apprendimento e prevalentemente dovrebbe occuparsi della sistematizzazione di ciò che lo studente apprende in buona parte fuori dalla classe. In ambiente endolingua il Syllabus quindi non potrà   non tener conto delle esperienze della vita esterna. In un ambiente esolingua (LS) invece l’apprendimento risulta avvenire principalmente dalle esperienze della classe. Anche in questo caso il Syllabus dovrà   tenerne conto.
Fatta questa distinzione, la Ciliberti ha delineato le caratteristiche dell’insegnante di italiano L2 oggi: esite prevalentemente fuori dalle strutture pubbliche, a cui non ha accesso perché non c’è una classe di concorso; oltre che in centri privati opera nei centri linguistici di ateneo ed è in massima parte considerato alla pari non di un “docente” ma di un “tecnico”.
Questo l’insegnante. E lo studente?
Nel sistema nazionale così com’è organizzato, nella scuola pubblica lo straniero è di fatto sentito come una “disomogeneità  ”. Obiettivo primo della scuola in questo senso dovrebbe essere quello di andare alla ricerca di un equilibrio che non penalizzi nessuno. La Ciliberti propone anche qualche idea che vada nella direzione di una “didattica della variazione”: variazione dei dispositivi, dei ritmi, dei contenuti, degli approcci…
Quello che serve per attuare questo progetto è una “flessibilità  ” dell’insegnante, capacità   di adattamento di materiali, capacità   di didattizzare materiali autentici, ecc.
Già  , ma di quale insegnante stiamo parlando?
La Prorettore di Perugia Stranieri non esita a rispondere alla domanda che sorge spontanea nella platea: Tutti gli insegnanti di tutte le materie dovranno (o dovrebbero) essere formati a questo approccio didattico. Oggi la responsabilità   degli stranieri nella scuola è delegata all’insegnante di lingua straniera o nel migliore dei casi ad un esterno “tecnico” (o nel peggiore, aggiungo io, ad un insegnante di sostegno), mentre la responsabilità   dovrebbe essere condivisa da tutti i professori, nessuno escluso, perché tutti insegnano l’italiano insegnando la loro materia quindi tutti dovrebbero essere formati a lavorare con gli stranieri e ad affrontare i nuovi compiti di una società   multi-interculturale.

Ecco. Con questa sfida per il nouvo e già   un po’ liso secolo si conclude l’intervento e durante l’applauso, mentre qualche cattedratico pensa ad una possibile domanda, gli insegnanti di italiano di stranieri presenti, applaudendo convintamente, pensano: “bello. Ma… io? Allora è proprio vero che non ho una prospettiva, che sto studiando per lottare per un pezzo di pane ammuffito con i miei colleghi sotto a direttori che mi spremeranno per il resto della vita. Io in tutto questo non sono contemplato…”.
Come dar torto ai loro pensieri?
Ma la mazzata deve ancora arrivare.
Al Prorettore di Perugia Stranieri la domanda galeotta la pone il Rettore di Siena Massimo Vedovelli: “Dopo questo intervento pensi ancora che si dovrebbe istituire la classe di concorso per insegnanti di Italiano L2?”. Un applauso sale dalle file in cui sono seduti gli studenti del Master. La Prof. è leggermente spaesata e conclude con un quasi sibillino: “Se devo essere coerente con quanto ho detto: no. Non c’è bisogno di classe di concorso”.
Passa così, come un soffio di venticello primaverile.
Andiamo a mangiare, il buffet degli 80 anni dell’Università   per Stranieri di Perugia è sontuoso e soprattutto… a scrocco. Meglio riempirci la pancia visto il futuro che ci aspetta.

Carlo Guastalla

Web – Bollettino Itals n° 14

E’ uscito il quattordicesimo numero del bollettino Itals.
I primi due articoli completano le riflessioni avviate nel numero precedente sulla didattica della letteratura: Sandra Montali (Bolzano) riprende, con una stimolante parte applicativa, la descrizione della simulazione globale, mentre Chiara Mussini e Maria Mussini (Reggio Emilia) riflettono sull’uso della metafora e di altre figure retoriche nel linguaggio quotidiano e, in particolare, in quello letterario.
L’articolo di Maria Luisa Vassallo (Venezia), infine, inaugura una riflessione per i lettori del Bollettino attorno a un tema oggetto di ampie discussioni: l’uso del materiale autentico.
Seguono varie recensioni.


Sommario

Riflessioni ed esperienze didattiche
* Simulazione Globale. Testi in lingua sognando insieme (II) di Sandra Montali
* Il livello retorico della lingua tra letteratura e comunicazione quotidiana di Chiara Mussini e Maria Mussini
* L’ippogrifo didattico: il fascino del materiale autentico di Maria Luisa Vassallo

Recensioni
* Paola Celentin, Edith Cognigni Lo studente di origine slava recensione a cura di Paolo Torresan
* Daniela Orbetti, Rossella Safina, Gianfranco Staccioli Raccontarsi a scuola. Tecniche di narrazione autobiografica recensione a cura di Carlo Guastalla
* Teodoro Álvarez Didáctica del texto en la formación del profesorado recensione a cura di Paolo Torresan
* Griff Griffiths, Kathy Keohane Personalizing Language Learning recensione a cura di Paolo Torresan
* Recensione al sito “Dienneti” a cura di Michele Daloiso

Incontri – Humanism in Language Teaching

Per chi non potesse andare – o non avess trovato posto – al corso tenuto da Marc Almond alla Pilgrim, il due blog consiglia questo seminario:

Two hundred and fifty people who teach themselves and who teach their students as well as teaching their subject will be spending three days on Italy`s Adriatic shore at the end of August this year.

For an enrolment fee of a mere 80 euros you could be one of the two hundred and fifty participants, if you make your decision to go before June 30th.
To find out more click over to www.lend.it/portonovo2006. To talk to the conference organiser, Valeria Gallerani, email v.gallerani@dinoto.net

The intimate atmosphere of this conference is something any past participants will tell you about, an atmosphere that makes you open up and allows you to come into the full flow of your own creativity.

It is not just that the 8 plenary sessions and the two day-long workshops that you choose are stimulating and mind-opening, which they are, but that the energy of the swirling Portonovo group brings out things in you you did not necessarily know were there.

This is a conference where you can experience your own awareness and energy differently.

Valeria has drawn together a powerful animating team of eight people from Pilgrims, Bell, Nile, and SIT Brattlboro Vermont who will fully interact with you in and out of class over the 4 days of the conference (August 28th to 31st).

You will be able to hear all of these people in plenary and you can sign up to do a full day`s workshop with two of them. In my view, it is these full day workshops that give the Portonovo conference its depth and seriousness.

This is not one of those `hello-goodbye` conferences we have all been to….where you hop from presentation to dazing presentation in breathless, 45 minute succession.

Here is Valeria`s animation team:
Penelope Williams, Pilgrims, Young Learners
Izabella Hearn, SEAL, Spain, Young Learners
Susan Norman, SEAL, UK, Visionary Teaching
Donald Freeman, SIT, Vermont, US, Teacher Development
Mark Almond, Canterbury Christchurch College and Pilgrims, UK, Drama
Stephanie Dimond-Bayir, Bell, UK, Literature
Keith Kelly, Nile, UK, CLIL
Mario Rinvolucri, Pilgrims and Helbling, UK Culture

Incontri – Laboratorio a Milano

Milano, sabato 27 e domenica 28 maggio 2006
Laboratorio per insegnanti di lingue:
“Costruire esperienze di apprendimento linguistico”. Per un approccio critico-esperienziale all’insegnamento linguistico
Un’introduzione all’insegnamernto linguistico e insieme un suo ripensamento secondo un approccio basato sulla riflessione a partire dal’esperienza. Per insegnanti in servizio e neo-insegnanti.

Che cosa succede in questo laboratorio

I partecipanti si esercitano a costruire esperienze di apprendimento linguistico. È un lavoro pratico che li attende. Saranno di volta in volta insegnanti e studenti, insegnanti che preparano e conducono attività didattiche, studenti che le sperimentano e commentano.
Ma è un lavoro fatto anche dell’esercizio di una riflessione critica e aperta, di esplorazione di potenzialità. Sfondi teorici, dettagli procedurali e scelte pedagogiche sono messi a confronto alla ricerca della “migliore esperienza di apprendimento possibile”. “Un buon pratico, cioè un pratico realmente competente è colui che alla routine preferisce l’agire pensato e per questo si qualifica come un buon ricercatore” (L. Mortari, Apprendere dall’esperienza).
Un laboratorio come questo non può dunque fare a meno di misurarsi anche con la teoria. Ma qui la teoria non è in primo luogo quella elaborata da altri, né viene anteposta alle esperienze svolte dai partecipanti. Piuttosto si costruisce a partire dalle esperienze di apprendimento costruite. Concetti teorici ed elementi fattuali forniti dalla ricerca sono comunque evocati dal conduttore, ma solo per innestarsi in un processo di concettualizzazione dell’esperienza operato dai partecipanti stessi. Essi sono invitati a restare protagonisti della propria formazione, a esercitare, durante e soprattutto dopo il laboratorio, l’indagine razionale su ciò che sperimentano concretamente.

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